Una piccola storia ignobile…

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Ve la ricordate la canzone di Francesco Guccini?
Iniziava così:

Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare
Così solita e banale come tante
Che non merita nemmeno due colonne su un giornale
O una musica o parole un po’ rimate
Che non merita nemmeno l’attenzione della gente
Oggi ve la voglio raccontare anch’io una piccola – piccolissima – storia ignobile.
Si tratta della censura Facebook..

“Ancora – direte voi – con tutto quello che accade nel mondo questo si lamenta di essere bloccato da un social network..e poi, capita a tutti, non sarà certo il primo né l’ultimo…”
Certamente una parte di ragione ce l’avete, non sono questi i problemi della vita, specialmente in un periodo come questo.
Eppure…
Eppure, sapete, come si dice. “tanto in basso quanto in alto”; le dittature iniziano dalle piccole limitazioni, dalle piccole censure.
Mai tutto d’un colpo, sempre pian pianino. Si testano le cose prima, si vede la reazione e poi…zac!
È la finestra di Overton, babe.
Infatti, come vi dirò, il problema non è tanto il venir bloccati, imbavagliati da un social network…
In fondo, pace, per qualche giorno uno si riposa invece di stare davanti ad uno schermo. È anche un bene per la salute…

No, il punto è un altro.
È il modo e le argomentazioni – o la loro assenza – che contano.
In uno stato di diritto (il che comprende pubblico e privato) si può venir accusati di qualcosa ma si ha il diritto di sapere di cosa nonché ad essere ascoltati e difesi da un avvocato.
Invece nel caso che vi racconto questi diritti non vengono riconosciuti.
Ora noi possiamo passar sopra a questa piccola storia ignobile con una alzata di spalle, certo, ma se tutti continueremo a fare spallucce non saranno solo i social network a sentirsi in diritto di ergersi a giudici insindacabili.
Lo faranno altri, in tanti, come lo sta facendo lo Stato – imponendo restrizioni irrazionali e basate solo sul principio di autorità e su un malinteso concetto di scienza –  e presto dovremo pentirci di non aver alzato la testa e la voce da subito.
Allora, la storia è questa.
Dopo la quarta volta che sono stato sanzionato da Facebook, pur facendo attenzione a quanto postavo, oggi sono stato nuovamente bloccato.
Davvero strano – mi dico –  perché da quando mi hanno tolto la museruola avevo pubblicato solo post privi di ogni possibile valenza sospetta…
Vado a vedere perché e, dopo la schermata che mi dice che avrei violato le Community Standarddi Facebook mi compare una schermata in cui si dichiara che sono stato ri-bloccato a causa dello stesso post per cui ero stato bloccato la settimana scorsa.
Tra l’altro un post relativo ad un efficace rimedio contro il Covid-19, oggetto di ricerche internazionali pubblicate anche sulla stampa mainstream, la cui notizia viene – dagli illuminati censori di FB – bollata come falsa e addirittura pericolosa per la salute pubblica in quanto ‘scoraggerebbe’ le persone a cercare cure valide!
Naturalmente – oh, l’insostenibile leggerezza del politically correct – mi viene chiesto se sono o meno d’accordo con la restrizione imposta. Sono davvero gentili questi censori 2.0!
Ovviamente mi dichiaro in disaccordo spiegando che:
primo, sono stato già sanzionato la settimana scorsa per lo stesso post e questo va contro ogni forma di diritto, visto che di regola non si può essere condannati due volte per lo stesso “crimine”;
secondo, come già scritto precedentemente, si tratta di un articolo che parla di argomenti ampiamente affrontati dai media mainstream, dunque in nessun caso contrari alle Community Standard.
A questo punto, visto che chiedono le mie ragioni mi aspetterei di ricevere una risposta qualsivoglia.
Invece no.
“Non abbiamo potuto elaborare la tua richiesta. Riprova più tardi”.
Inutile dire che anche stavolta – come le precedenti, peraltro – ho provato decine di volte a rimandare il messaggio, senza riscontro naturalmente.
“In fondo abbiamo stabilito noi che hai infranto le regole, che bisogno c’è di risponderti. Se mai avessi ragione te lo riconosceremmo dopo che avrai scontato la pena, vale a dire dopo il blocco che ti abbiamo imposto”.
Ricorda niente un atteggiamento del genere?


È come se ad uno, accusato ingiustamente di qualcosa, venisse concesso un legale che, però, il giudice non ascolta neppure, condannando l’imputato a prescindere.
Ecco, ripeto, la storia è sì piccola, ma è anche ignobile perché è un “segno dei tempi” e se non sappiamo indignarci per le piccole cose e, come si dice, ci facciamo il callo, allora diventa difficile anche indignarci per  quelle grandi.
E di grandi ce ne sono a iosa di questi tempi…

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