Aggres

Tra i tanti contributi che i critici più acuti hanno saputo offrire per meglio comprendere le radici della vicende di questi due ultimi anni della nostra storia, brilla in modo particolare questo straordinario intervento dello psichiatra tedesco Hans-Joachim Maaz, autore del libro Angstgesellschaft (La Società della Paura), intervistato da Burkhard Müller-Ullrich per la radio tedesca Kontrafunk, il cui payoff è significativamente Die Stimme der Vernunft, vale a dire La Voce della Ragione.

Vi si parla del degrado mentale delle nostre società provocato dalle misure ed imposizioni sanitarie, della tendenza narcisistica dei personaggi al potere proiettati verso una crescita senza freni e delle conseguenze fatali della cura precoce dei bambini negli asili nido, nonché del radicamento normopatico delle persone nelle loro paure dalle quali, con tutta probabilità, potranno liberarsi solo grazie ad un crollo del sistema globale.

Il concetto di “Ubbidienza aggressiva” è la chiave di lettura di Hans-Joachim Maaz per interpretare le reazioni della maggior parte delle persone nei confronti delle misure assurde e contraddittorie cui sono state sottoposte negli ultimi due anni. 

Le azioni psicologiche esercitate su gran parte delle popolazioni mondiali hanno rappresentato – afferma Maaz “il trucco politico più sofisticato mai visto”, il che dimostra – una volta di più visto che la storia dell’ultimo secolo in particolare ne è la riprova – come, se si vogliono realizzare regimi totalitari e dittatoriali, basterà tenere le persone in uno stato di costante ansia, angoscia e paura.

Viviamo in una società che ha “inventato” nuove malattie e disturbi del comportamento e che ha fatto della patologia una norma.

Viviamo, nelle parole di Maaz, in “una normopatia narcisistica e finanziario-capitalistica dove sono necessarie persone adatte a competere, a raggiungere alti traguardi. Persone che poi cercano di condire narcisisticamente la loro insicurezza mentale, la loro identità debole, la loro inferiorità, attraverso lo sforzo, la prestazione, l’obbedienza, l’adattamento ai valori capitalistici”.

Tali persone – per conseguire i risultati richiesti – devono piegarsi alle regole imposte dalla società e dai governi, diventare ubbidienti ma spesso “questa obbedienza è collegata a un’indignazione, a un’offesa, che normalmente non si può esprimere, perché poi si verrebbe puniti. Perché non si è stati abbastanza obbedienti”.

E allora verosimilmente continuano a subire, covando però una aggressività sempre più profonda.

Poi, naturalmente, può accadere che l’ubbidienza si dimostri controproducente.

Come nel caso dei vaccinati pentiti. 

E allora cosa succede, dato che da una vaccinazione andata storta non si torna indietro?

Hans-Joachim Maaz

“Nella vita normale, quando ci si rende conto di aver commesso un errore, di aver preso una decisione sbagliata, è facile affrontarlo terapeuticamente. Ma questo non è più possibile con una vaccinazione”.

Verrebbe da pensare che in questo caso si dica semplicemente “mi sono sbagliato” ma cosi non è in quanto – afferma Maaz – c’è da temere che si rimanga ancorati alle proprie convinzioni e scelte dimostratesi errate e si diriga, invece, la propria aggressività verso l’esterno.

E questo – continua il dr. Maaz – difficilmente potrebbe portare nel prossimo futuro “ad un miglioramento significativo della vita sociale, ma piuttosto a un crescente deterioramento”.

Piero Cammerinesi

 


 

Müller-Ullrich: Buon pomeriggio, cari ascoltatori, questa è Kontrafunk, la voce della ragione con Burkhard Müller-Ullrich. È giovedì 19 maggio 2022 e la paura attraversa le nostre società. 

Dico società al plurale perché la Germania è colpita e afflitta quanto la Thailandia, la Nuova Zelanda, l’Inghilterra e i Paesi Bassi, non diversamente dalla Finlandia. Ovunque incontriamo società della paura, per parafrasare il titolo di un libro dello psicologo e psicoterapeuta Hans Joachim Maaz. Il suo libro si intitola semplicemente Angstgesellschaft (Società della paura) ed è stato appena pubblicato da Frank und Thieme. Salve signor Maaz!

Maaz: Salve, grazie per avermi invitato.

M-U: Signor Maaz, lei ha diretto per quasi 30 anni una clinica di psicoterapia e psicosomatica. 

Lei è stato presidente di un’importante associazione professionale di psicologi. 

Vorrei iniziare raccontandovi due brevi storie che ho appena vissuto: La scena 1 si svolge in uno scompartimento ferroviario: salgo. Un altro uomo è già seduto lì e non indossa la mascherina. Nel momento in cui entro nello scompartimento, prende frettolosamente la mascherina e la indossa. Io dico: “Non deve mettersi la mascherina per me”. E lui risponde, quasi indignato: “Ma è la regola”.

La scena 2 si svolge in un ufficio postale: una persona è lì da sola, una serva con una mascherina. Entro e dico: “È ancora obbligatorio indossare la mascherina qui?”. Lei risponde: “No, ma voglio comunque proteggermi”. Chiedo: “Non è ancora stata contagiata?”.  Lei risponde: “Sì, l’ho avuto. Non è stato affatto male”. “Beh, vede”, dico. Poi diventa un po’ velenosa. Mi chiede se non mi dispiace infettare gli altri, perché vorrebbe tornare a fare shopping senza maschera. Quindi, si badi bene, è stato dopo l’abolizione dell’obbligo di maschera nel negozio. Signor Maaz, la gente è impazzita?

M: In un certo senso, sì. Conosco molte storie del genere e da un lato sono scioccato, dall’altro mi dispiace per queste persone. Quindi sono di nuovo uno psicoterapeuta, perché posso sospettare immediatamente che queste persone abbiano una paura irrazionale, cioè la paura del virus, la paura della pandemia. La paura del virus, la paura della pandemia, che è stata fomentata, questo è il problema principale della distrazione politica mediatica che viene insegnata alle persone, che vengono fomentate paure che in realtà non hanno più molto a che fare con la pandemia, che sono paure individuali e paure reali della vita, ma al di fuori di un pericolo di infezione e che ovviamente viene attivata in queste persone con l’illusione di potersi proteggere con una maschera dalle paure della vita e per questo mi dispiace per queste persone. E naturalmente, quando poi combattono per un presunto dovere morale, anche in me nasce un po’ di rabbia.

M-U: Lei ha detto: le paure si insegnano. Dopo tutto, viviamo in molti contesti.

Che ciò che sta accadendo ora deve in qualche modo avere un terreno fertile. Quindi forse non si possono insegnare le paure a persone che non sono pronte a riceverle in anticipo. Quali sono i prerequisiti?

M: Questo è l’argomento principale del nuovo libro di cui ha parlato, La società della paura, perché sto cercando di capire questa irrazionalità del complesso della paura. Descrivo un complesso di paura che ha tre sezioni, per così dire. 

C’è una paura perfettamente giustificata, c’è un virus con il quale ci si può infettare, ammalare e persino morire in circostanze negative molto specifiche. E poi la cosa che colpisce, la seconda parte di questo complesso, è che fin dall’inizio la paura è stata costantemente fomentata dai media. Sappiamo, come è emerso chiaramente, che con questo documento del Ministero degli Interni c’è stata persino un’istruzione politica che prevedeva che si facesse paura alla gente, che si toccassero le paure primordiali e soprattutto che si intimidissero e spaventassero i bambini. Ogni giorno venivamo tempestati di cifre relative a contagi di persone morte, senza alcuna ulteriore differenziazione su che tipo di persone morte fossero in realtà e sulla reale natura dell’infezione, e così via. Abbiamo visto immagini, fosse comuni, ospedali sovraccarichi e così via. E queste due paure decisamente reali e fomentate hanno in realtà attivato paure individuali che sono latenti in ogni essere umano, ed è proprio questo l’oggetto della psicoterapia. Quali sono le paure che le persone si portano dentro dalla loro storia, dalla loro situazione di vita, dalle loro paure per il futuro, e questo è ciò che ho cercato di differenziare nel libro e di spiegare perché molte persone hanno sviluppato una paura così irrazionale. Quindi le paure precoci che vengono suscitate, nel mio linguaggio, cioè le paure che si formano precocemente nella storia della vita, vengono suscitate dall’allarmismo ma non vengono riconosciute, non vengono risolte, non vengono dissipate e vengono proiettate sul virus in modo così unilaterale che un pericolo eccessivo viene proiettato sul virus e questo è fondamentalmente ciò che fa impazzire così le persone.

M-U: Vorrei parlare della sua tesi sulle paure precoci tra un attimo, ma dato che lei ha detto che queste paure sono evocate in ogni essere umano, dobbiamo forse prima distinguere tra ogni essere umano in ogni cultura o in ogni essere umano in ogni periodo? Da un punto di vista storico, cominciamo con l’orizzonte temporale. È sempre stato così o è successo qualcosa alle persone nel nostro tempo che le rende più ricettive a queste cose?

M: Sono riluttante a mettermi in gioco ora, perché non sono né interculturale né storico tanto da poterlo affermare con certezza, ma d’altra parte penso che sia sempre stato così, forse non in tutte le culture, come lo è qui oggi, ha molto a che fare con il modo in cui la persona vivente è stata accolta e trattata da bambina. Nella psicoanalisi, partiamo dal presupposto che non si può più parlare di educazione, anche se essa ha ancora luogo. Dobbiamo parlare di relazioni e quindi della qualità di una relazione madre-padre-bambino, e sappiamo che la stragrande maggioranza delle persone sono più o meno – direi tutti più o meno – alcuni in modo molto forte, altri meno, e poi ci sono le condizioni in cui le persone che sono state disturbate in tenera età, che sono cresciute per mancanza di amore e per traumi e mortificazione, poi trovano le condizioni sociali di cui hanno bisogno nella società. Certo, alcune cose possono essere compensate da una buona condizione sociale, ma molte cose si aggravano se le persone continuano a vivere in circostanze insoddisfacenti e infelici, se non sono sufficientemente sicure in termini di coppia, di lavoro o di situazione sociale, cioè è una questione di interazione tra la qualità della cura precoce dei bambini e le circostanze sociali in cui crescono, e da tempo descrivo una società narcisistica, una società narcisistica normopatica, cioè che mostra una massiccia mancanza di sviluppo.

M-U: Cosa significa normopatico?

M: Normopatico è un termine che considera normale il patico, il disturbato, cioè normopatia, afferma che il malato è normale e in realtà solo perché la maggioranza pensa, sente e agisce in modo simile, in modo che si possa supporre, beh, se tutti lo vedono così e lo seguono, allora probabilmente sarà giusto. La maggioranza non può sbagliare, dopotutto. E se vogliamo, la storia tedesca è piena di eventi in cui una maggioranza possa scivolare nelle più gravi aberrazioni normopatiche, fino ad arrivare a veri e propri crimini collettivi, come purtroppo dobbiamo constatare nella nostra storia.

M-U: Quindi questo significa, per dirla in modo un po’ diretto, che la maggioranza ha semplicemente avuto un’infanzia disturbata e che questa è la ragione di tutto ciò che stiamo vivendo ora?

M: Sì, si può dire così. Naturalmente, se la metto in questi termini, si finisce subito nel ridicolo, perché molte persone non vogliono ammettere che anche loro hanno avuto uno sviluppo indesiderato nella loro infanzia. Quindi si tratta sempre di come si è stati accettati, accolti, confermati, compresi o di come la maggior parte delle persone non è stata accettata in base al proprio io, ma doveva diventare ciò che i genitori volevano che fosse e in seguito, naturalmente, l’asilo, la scuola, in ultima analisi la società determina i valori, così che la maggior parte delle persone non ha potuto svilupparsi in base alle proprie possibilità e ai propri limiti, ma piuttosto nel modo in cui doveva diventare e questa è un’alienazione della maggior parte delle persone e collettivamente una normopatia nasce da questa auto-alienazione di massa. E ora arriva l’interazione, tante persone alienate formano una società normopatica con valori disturbati, valori narcisistici nel senso di sempre di più e sempre meglio e sempre più in alto, fuori dai ritmi naturali, e tale società produrrà di nuovo bambini altrettanto disturbati che alla fine sono alienati da se stessi attraverso la politica, l’educazione, l’istruzione scolastica, le idee degli asili e dei genitori.

M-U: Lei ha fatto più volte riferimento alla prima infanzia e ci sono state ricerche per molto tempo e naturalmente mi viene in mente il grande psicologo Jean Piaget, che aveva questa teoria della finestra, non è vero, che certe esperienze formative avvengono in certe fasi della prima infanzia, forse al di là di qualsiasi orizzonte di memoria, il che naturalmente rende difficile la chiarificazione, quindi lei intende questo, e qui dovremmo anche chiedere, quando esattamente lo situerebbe? In quali momenti dell’infanzia, tra l’uno e i due anni o i tre o i quattro, avvengono questi sviluppi fondamentali di cui lei parla ora?

M: Si tratta essenzialmente dei primi tre anni di vita. Questo è il periodo in cui si forma la personalità di un essere umano, la sua struttura, e durante questo periodo è importante, come appena descritto, che il bambino sia accettato, compreso, amato, confermato per il suo bene, e sappiamo che la nascita e anche la gravidanza hanno un’influenza decisiva su questo sviluppo strutturale della personalità di un essere umano. La gravidanza in particolare, con la grande differenza tra un parto naturale organizzato dalla madre e dal bambino o il parto principalmente guidato dal medico o addirittura effettuato con un taglio cesareo non necessario dal punto di vista medico Sappiamo oggi che questo può già essere un danno considerevole se un bambino viene strappato al mondo per così dire dall’utero, cioè quando non è necessario. Certo, ci sono questioni mediche importanti per cui questo è necessario, ma anche riguardo la gravidanza stessa, abbiamo fatto delle interviste, abbiamo chiesto a una paziente cosa avrebbe pensato sua madre il giorno in cui ha scoperto di essere rimasta incinta. E questo è davvero impressionante, che praticamente il pensiero della madre, cioè: sono felice o non ce la faccio più o mio Dio, che ne sarà di me, che questo atteggiamento si riflette poi in qualche modo nella personalità del nascituro. In definitiva, si tratta di una buona prova empirica di come il primo periodo della vita, cioè la gravidanza, la nascita e i primi tre anni di vita, siano così importanti per la formazione della personalità. Per questo motivo gli psicoterapeuti continuano a chiedere che questo tempo di cura precoce sia concepito nel modo più qualitativo possibile e che i bambini non siano accuditi da altri troppo presto negli asili nido. Fondamentalmente, una madre dovrebbe essere in grado di prendersi cura di un bambino per tre anni, o una famiglia dovrebbe essere in grado di prendersi cura di un bambino per tre anni, ma va anche detto che non tutte le madri, non tutti i padri sono davvero adatti per il bambino in termini di relazioni, ed è per questo che offriamo anche laboratori per genitori presso la fondazione che dirigo, per aiutare i genitori a capire la qualità delle loro relazioni con i bambini. 

Non si tratta quindi di consigli pedagogici, ma di come possono essere loro stessi madri o padri e di ciò che trasmettono ai figli, ai bambini, di cosa può essere benefico o dannoso per il bambino.

M-U: Ora, naturalmente, bisogna dire che in Germania, almeno nella Germania occidentale – ci sono state esperienze diverse nella Germania Orientale per quanto riguarda la prima infanzia – ma in Occidente non era affatto così. Ancora oggi non ci sono asili nido in quantità sufficiente, dove per sufficiente si intende tra virgolette e in senso puramente quantitativo, perché lei dice che è piuttosto dannoso, ma altri Paesi, per esempio la Francia, se ne curano in tutto e per tutto; lei direbbe che poi comunque crescono tutti come “storpi animici”?

M: Sì, un po’ cauto con “storpiature animiche”.

M-U: Sì, era un po’ eccessivo.

M: Sì, sì, lo so, ma questo fa scattare immediatamente la protesta o la resistenza, ma rimaniamo su un termine come sottosviluppo o autoalienazione, sono abbastanza sicuro che questo riguardi fondamentalmente tutti i Paesi del mondo occidentale di oggi, che sono, diciamo, in una normopatia finanziario-capitalista, una normopatia narcisistica e finanziario-capitalistica e quindi hanno bisogno di persone adatte a competere, a raggiungere alti traguardi, che poi cercano di condire narcisisticamente la loro insicurezza mentale, la loro identità debole, la loro inferiorità, attraverso lo sforzo, la prestazione, l’obbedienza, l’adattamento ai valori capitalistici. Questo è stato un grande argomento, per esempio, quando noi dell’Est, della DDR, siamo diventati l’Ovest, come le persone improvvisamente hanno dovuto imparare a vendersi, imparare a presentarsi, a esagerare sempre per sembrare più di quello che sono in realtà. 

È emerso chiaramente come questo mondo occidentale giustifichi o sostenga anche un’aberrazione psicologica, secondo cui le persone sono spinte a un’autocompiacimento narcisistico per poter competere sul mercato.

M-U: Ok, ovviamente questa follia che abbiamo vissuto va ben oltre il mondo occidentale. Fondamentalmente, abbiamo visto le stesse forme a livello globale, a volte ancora più spaventose in altre culture orientali. Ma se rimaniamo in Occidente, anche qui si è portati a ipotizzare grandi differenze di mentalità, diciamo tra la Germania – lei ha accennato prima al fatto che i tedeschi in particolare sono, come dire, capaci di autoritarismo, o almeno vi tendono – mentre in altri Paesi, in Italia o altrove, si manifesterebbe in modo molto più rilassato, eppure le stesse forme di paura sono state diffuse ovunque e hanno funzionato ovunque.

M: Più o meno, sì, quindi ci sono delle differenze, ma a un certo punto è certo purtroppo che si è riusciti a diffondere paura e, se vogliamo, questa azione psicologica è praticamente il trucco politico più sofisticato che io abbia mai incontrato, quindi se si vuole agire politicamente fino a condizioni totalitarie dittatoriali, basta spaventare le persone, allora si avrà sempre successo. Infatti le persone intimorite, le persone timorose, sono costrette a pensare, vogliono essere salvate, vogliono essere guidate, quindi spingono per condizioni autoritarie. Allora, se si guarda in questo modo, da un lato, tutte le persone nel mondo sono suscettibili di essere spaventate, e non ci può essere nulla di più astuto di una paura virale, una paura che minaccia ogni essere umano, persino la sua vita, e si pensa che sia onnipresente; funziona ovunque, quindi credo che dobbiamo comprendere che questo non è solo un problema di salute, ma una questione politica ed economica. La domanda è sempre se siamo in presenza di una pandemia o di una pan-epidemia, per cui dietro gli effetti di intimidazione e paura delle persone non c’è anche una grande intenzione politica di organizzare una nuova forma di governo, un nuovo ordine mondiale, intimidendo e distruggendo le persone di conseguenza.

M-U: Ora che l’ha formulata chiaramente come una domanda, le chiederei di dire: ci crede anche lei, è davvero così?

M: Ne sono convinto, sì, ma questa è la mia opinione personale, perché le misure del Corona, le misure protettive e quelle anti-misure sono spesso così contraddittorie, così false, così ipocrite, che io scuoto la testa praticamente da due anni. 

Ho scosso la testa ogni mattina per quello che ho sentito e stento a credere che in una società presumibilmente civile e illuminata, che si considera una democrazia, sia possibile accettare e credere ad affermazioni così assurde e contraddittorie.

Non riesco a immaginare che coloro che sono responsabili di tutto questo, cioè, naturalmente, i politici, ma anche i grandi media, tra i quali vi sono in realtà persone istruite, come può essere che continuino a raccontare una tale follia, una tale scorrettezza ideologica e una tale manipolazione senza alcuna critica sostanziale, senza alcuna contestazione.

Per questo posso solo pensare che per me l’unica spiegazione, sia quella di un grande cambiamento, cioè, quello che è descritto nel Great Reset di Klaus Schwab, dove tutto è in realtà già descritto. 

Penso che viviamo in una psicopatologia narcisistica, come ho detto, di stampo finanziario-capitalista, una normopatia, che ha raggiunto il suo scopo. Lo vediamo nelle conseguenze ambientali, nella crisi finanziaria, nella disuguaglianza, nella disuguaglianza sociale, nei problemi dell’immigrazione, in tutte le cose che non sono state risolte finora e che minacciano di far crollare questo sistema, o forse è già crollato in termini finanziari, per cui posso immaginare che ci sia chi è interessato a un nuovo ordine mondiale che dovrebbe essere più totale, più globale, più digitale, praticamente con l’illusione che il sistema esistente possa ancora essere salvato intensificandolo. Quindi, ciò che non è riuscito finora, ora deve essere salvato da un potere ancora maggiore sulle persone, che in realtà è un sintomo tipico del sottosviluppo narcisistico, sempre di più, sempre di più cose sbagliate, come si può vedere con la vaccinazione. 

Quando si è scoperto che le vaccinazioni non portano a ciò che ci si aspettava, è seguita un’altra follia: dobbiamo vaccinare ancora di più, vaccinare ancora di più, e potenziare e potenziare, sì, ciò corrisponde esattamente a questa illusione narcisistica e al disturbo relativo. 

In questo senso, sono convinto che esista un piano, per cui c’è sicuramente un’interazione tra lo scompenso collettivo delle prime paure attraverso la crisi sociale e poi il tentativo di salvare questa crisi politicamente ed economicamente nella direzione sbagliata, che a sua volta necessita e intensifica la distruzione delle persone.

M-U: Esattamente, è un’interazione, perché non funzionerebbe nemmeno se pensassi che una forza malvagia primordiale, diciamo da qualche parte – ora dico una pazzia –  e credessi che qualcuno si stia davvero inventando tutto come in un film. Anche se fosse così, non funzionerebbe se le persone di tutto il mondo non giocassero in questo modo, e dico le persone perché quello che ha appena detto, questo stupore, questo spavento per il fatto che sia possibile, è qualcosa che condividiamo, lei e io e anche molte altre persone, sino ad una depressione, direi quasi, che necessita di un trattamento psicoterapeutico, in cui alcune persone cadono perché sono arrivate a questa consapevolezza nel proprio corpo, che va ben oltre la frase consueta, che anche a me piaceva dire: la maggioranza delle persone è stupida, sì, ma è quasi buffo rispetto a quello che stiamo vivendo ora.

M: Sì, è così. Ho anche un’idea su come questo possa essere spiegato. Per me, a proposito del disturbo narcisistico, la ragione, la base del disturbo narcisistico è sempre una mancanza di amore precoce, quindi la parola chiave è mancanza di madre, mancanza di amore. Cerco di cogliere questo, come risultato, sono persone insicure, inferiori con un senso di inferiorità, ma non vogliono ammetterlo, ed è per questo che lo compensano con sforzi e risultati speciali, in modo che alla fine possano sentirsi grandiosi per quello che hanno ottenuto, e nella società hanno successo grazie ai loro risultati eccessivi, possono diventare ricchi, potenti e così via. 

Ma questa è solo una tendenza, quella per cui l’effettiva mancanza narcisistica porta all’auto-grandezza come compensazione. 

Ma c’è anche l’opposto, quello che io chiamo essere piccoli, cioè le persone con un’insicurezza narcisistica, cioè chi sono io, cosa posso fare e non sono abbastanza bravo, non cercano di compensare con uno sforzo speciale, ma con una sottomissione speciale, con un adattamento speciale, rendendosi particolarmente piccoli. 

Questo rapporto c’è anche tra Germania Est e Ovest. Se vogliamo, la socializzazione della Germania occidentale ha portato e continua a portare narcisisticamente a un io più grande, sempre più grande, migliore, più veloce e così via, mentre nella DDR si consigliava di rimanere piccoli, di non distinguersi, di non fare richieste particolari, di sprofondare nel collettivo e così via. Per fare un po’ i finti tonti. Così si può ripetere ora questa collusione dell’interazione tra il grande sé e il piccolo.

Le élite di potere sono, ovviamente, nell’io della grandezza, per cui una volta ho cercato di descrivere che anche in una società narcisistica la politica di potere e la politica finanziaria sono fondamentalmente legate al narcisismo. 

Se non hai un disturbo narcisistico, non hai una carriera, in questa società, quindi è una carriera malsana. 

Ma è così, si può dire che più qualcuno ricopre una posizione alta, più è narcisisticamente disturbato. Naturalmente, spesso non vogliono ammetterlo perché sembrano avere successo in questo mondo. Quindi ora sono anche le cosiddette élite che cercano di fare un uso pratico delle circostanze, cioè di usare la pandemia per espandere il loro potere, per distribuirlo sempre più verso l’alto, per governare in modo sempre più globale e totalizzante, mentre dall’altra parte la popolazione sta scivolando sempre più nella piccolezza. 

Quindi, attraverso la paura, la paura pandemica, la paura alimentata, tutti sono così insicuri e ora sperano di poter essere salvati in un mondo migliore. Questa interazione, credo, sta dominando al momento e bisogna sempre tenere a mente che quando parlo della massa di persone che stanno scivolando in una dimensione di piccolezza, queste sono solo persone, che ora devono affrontare l’insicurezza sociale, la crisi sociale con tutte le loro insicurezze e le loro paure individuali, e naturalmente anche la paura del futuro; si sospetta, si sente, che questo mondo finanziario non va più bene, la montagna di debiti e l’ambiente e i problemi di migrazione, quindi cosa succederà in futuro. E così è facile per l’uomo medio, per così dire, che è piccolo di statura, sperare nella redenzione, nella salvezza, e questa illusione di solito va verso l’alto, si suppone che ci sia una leadership in grado di gestire tutto bene e di salvarci e redimerci.

M-U: Dimensione piccola è una parola meravigliosa, mi congratulo con lei per il termine. Se ho capito bene, è un desiderio di obbedire a denti stretti, ma perché allo stesso tempo, naturalmente, si sente molta energia negativa, non si arriva da nessuna parte, tutti lo sentono, ed è per questo che in realtà è anche un gesto aggressivo, vero?

M: È proprio questo il problema. Quindi, quando ci si assoggetta in questo modo, si diventa obbedienti, ci si adatta, allora è sempre collegato a una congestione emotiva, in un certo senso, perché questa sottomissione, questa obbedienza, è sempre collegata a un’indignazione, a un’offesa, ma normalmente non si può esprimere, perché poi si verrebbe puniti. Perché non si è abbastanza obbedienti. Questo è uno dei miei temi centrali, che le persone si ammalano da un lato a causa dei sentimenti repressi che hanno subito ma che non hanno espresso, di cui non si sono liberati, quindi vedo il mio lavoro psicoterapeutico soprattutto nell’aiutare le persone a uscire dalla loro congestione emotiva, ed è per questo che sono anche orientato verso la psicoterapia corporea, perché è necessario il corpo per esprimere la rabbia e l’odio, il dolore e il lutto. 

M-U: Questa dimensione ridotta ha anche a che fare con quello che un filosofo, credo fosse Hermann Lübbe, ha definito l’orgoglio del peccato, soprattutto in relazione alla Germania?

M: Sì, sarebbe fare di necessità virtù, per così dire, nobilitare un disturbo che si ha. Prima è stato importante per me giungere al pensiero che la congestione emotiva significa sempre il pericolo di essere portati collettivamente lontano dalla montante crisi sociale. Da qui nasce il bisogno di uno spauracchio, di un capro espiatorio, e lo abbiamo sperimentato anche nella pandemia, quando si insinua che i non vaccinati siano improvvisamente colpevoli di tutto. Una vera follia, che è davvero delirante ma spiegabile, bisogna cercare un colpevole o dei colpevoli, così tutti i critici delle misure del Corona sono stati denigrati, diffamati e così via. 

Dal mio punto di vista, questo si può spiegare solo con il fatto che le persone si trovano in uno stato di stasi emotiva, hanno la sensazione, più o meno, che il loro adattamento, la loro obbedienza non sia davvero buona e utile per loro, ma l’hanno fatto e ora devono trovare qualcuno cui dare la colpa, perché altrimenti dovrebbero ammettere a se stessi, mio Dio, ho sbagliato, sono finito nella vita sbagliata ed è colpa mia, dovrei rimediare a qualcosa per me stesso, e questo è raramente prevedibile.

M-U: Sì, quindi tornare indietro sarà difficile, no?

M: Purtroppo! È un’amara constatazione. Quando lo diciamo, spesso sappiamo che stiamo vivendo nel modo sbagliato, che so, la dieta, gli stimolanti, l’esercizio fisico o una vita stressante, ecc. ma molto raramente siamo disposti o in grado di mettere in pratica questa conoscenza. 

Raramente siamo disposti o capaci di mettere in pratica queste intuizioni. Ma questo ha anche a che fare con il fatto che spesso siamo costretti a vivere in modo sbagliato, ad esempio in una vita stressante. Allora mi dico: beh, chi vive in modo malsano o sbagliato in questo modo può ringraziare Dio di essersi ammalato perché questo apre una finestra in cui si può riflettere, in cui ci si può fermare e chiedersi: beh, come è stata la mia vita finora? 

Ed è proprio questo che dico come medico: non si dovrebbe andare solo dal medico, che potrebbe cercare di eliminare rapidamente i sintomi, ma si dovrebbe usare il tempo per riflettere su tutta la propria vita e chiedersi cosa si possa migliorare. Questo pensiero, che sperimento ogni giorno quando le persone vengono da noi, applicato alla società è ovviamente molto minaccioso, non è vero? Quindi una società, una società normopatica, deve prima ammalarsi, come l’individuo, in modo che ci sia uno spiraglio per il cambiamento, per la comprensione, e la storia ci ha insegnato che ci sono sempre state rivolte, rivoluzioni e guerre. 

E al momento, per me, uno dei sintomi peggiori è che anche in Germania c’è ovviamente un desiderio di guerra, cioè che la gente non si rende conto che la guerra in Ucraina richiede soprattutto diplomazia, richiede una comprensione per le parti in conflitto, ma che si sta cercando di risolverla con le armi. Sto quasi sperimentando di nuovo una sorta di belligeranza in Germania. Sì, dobbiamo combattere, fornire armi e così via. Questo mi spaventa molto, perché ho idea di quanto la congestione emotiva giochi un ruolo in questo caso, che evidentemente la paura virale non è ancora bastata a smaltire questa congestione emotiva perché è stata proiettata unilateralmente sul virus, e ora forse la guerra deve essere usata come mezzo per scaricare la vita emotiva repressa della vita sbagliata, la vita normopatica. Quindi questo pensiero è abbastanza terribile per me, ma sono convinto che ogni guerra in questo senso, che la gente partecipi, sì, sappiamo dalla storia che si può anche essere trascinati con entusiasmo nella guerra, che questo può essere spiegato solo con queste alienazioni individuali di massa e la congestione emotiva.

M-U: Che il cielo ci aiuti se la cura per i fenomeni che lei descrive sono la guerra, la povertà e la miseria. 

M: Sì.

M-U: Ora, nonostante la sua analisi della società, lei ha, direi, un approccio psicologico individuale, in quanto fa riferimento alle esperienze infantili e così via. Certo, si tratta anche di masse, ma per psicologia di massa intendo soprattutto qualcosa di strutturale, che forse si manifesta nel fatto che la società nell’era moderna è in qualche modo plasmata in modo diverso. Il suo libro si intitola Angstgesellschaft (Società della paura). Questa società della paura nasce anche perché abbiamo e viviamo l’ideologia di una società della sicurezza? 

M: Sì, si tratta sempre di una forma di auto-alienazione con la sua compensazione, diciamo in una società narcisistica, la performance, la competizione, che poi confluiscono collettivamente, no? E quindi, fondamentalmente, l’individuo narcisista, in un disturbo narcisistico, è socialmente costretto a seguire una certa direzione. Lo considero uno dei fenomeni della psicologia di massa, nel senso che noi esseri umani abbiamo un bisogno sociale centrale di base molto essenziale. Siamo esseri sociali e questo significa che tutti vogliono essere compresi, accettati e infine amati. Ma soprattutto, vogliamo essere socialmente integrati, appartenere, essere accolti, essere sicuri, e abbiamo una grande paura di essere esclusi, di essere diffamati, di non essere desiderati. Questo bisogno sociale fondamentale è in crisi e rischia di essere seguito da folli obiettivi collettivi criminali, fino alla guerra e alla distruzione di altri popoli. 

La confluenza di questo bisogno di appartenere a tutti i costi, di non essere esclusi, di persone che sono individualmente alienate e si trovano in uno stato di stasi emotiva dovuto al fatto di essere alienate, porta al pazzo di turno. 

Ci siamo sempre chiesti, come può essere, mai più, mostruoso, quello che è stato fatto in guerra e contro gli ebrei e così via. È mostruoso, ma si può spiegare nel senso che sto cercando di descrivere ora, ma questa spiegazione non è mai stata presa sul serio, invece si è sempre arenata nei proclami, mai più, e nella lotta contro la destra e così via, cioè a livello di termini senza capire che è la gente che ha un disturbo di base, un disturbo precoce, che poi può portare collettivamente attraverso i valori sociali – cioè vogliamo essere i più grandi, essere migliori, essere più forti, ecc. – a questo disturbo altamente patologico, sì, sociale. 

M-U: Ma c’è anche qualcosa che viene dall’esterno. Soprattutto nell’era moderna, come cinghia di trasmissione della paura, cioè un sistema mediatico, che non avevamo ancora. Quindi tutte queste personalità narcisistiche devono essere raggiunte prima, quindi probabilmente non avrebbe funzionato se fosse stato collegato solo con piccioni viaggiatori o giornali di carta.

M: Sì, è così. Purtroppo viviamo nell’era dei media, sia che si tratti di media alternativi che di media pubblici, e negli ultimi due anni si può notare che sostanzialmente il compito di un’informazione e di una discussione mediatica veramente libera e aperta è stato abbandonato. Bisogna allora pensare che le élite mediatiche siano ugualmente ossessionate dalla paura e non osino più contraddire la narrazione del governo, anche per paura propria e/o probabilmente entrambe le cose, Sono anche corrotti e dipendenti da donazioni di denaro, per cui anche in questo caso si deve avere il sospetto che esista un piano, perché è effettivamente incomprensibile per me, voglio dire, parlo ancora dalla mia storia nella DDR, è incomprensibile come un mondo mediatico plurale, come l’ho vissuto all’inizio, dove ci si poteva davvero informare dai lati più diversi, improvvisamente si riduca di nuovo a una macchina di propaganda, almeno se si prende in considerazione solo il diritto pubblico. 

Se si ottengono solo informazioni unilaterali, ci si trova davvero nella trappola della paura. Questo non significa che i media alternativi siano tutti buoni e giusti. Ci sono anche molte fake news, ma dal mio punto di vista è davvero necessario informarsi in modo completo. Cosa si vuole dal governo, cosa si può ascoltare come posizioni opposte, voci critiche, ognuno dovrebbe cercare di osare e parlarne con altre persone per trovare la propria posizione, che può cambiare ogni giorno con nuove intuizioni ed esperienze.

M-U: Sì, stiamo facendo del nostro meglio, signor Maaz, ora e qui. 

M: Per questo sono felice di parlare con lei.

M-U: Lei stesso ha avuto esperienze con i media mainstream, direi, e con la relativa cultura della cancellazione, quindi viene ancora invitato, il suo libro è discusso come dovrebbe? 

M: No, al contrario. Mi spiego meglio: sono arrivato al diritto pubblico con la caduta del Muro di Berlino, con il mio libro Der Gefühlsstau (La congestione emotiva), che era uno psicogramma della DDR, in cui per molti anni mi sono state poste domande su praticamente tutti i problemi politici e sociali della Germania dell’Est e dell’Ovest e ho avuto davvero un grande palcoscenico. Mi hanno fatto fare il giro degli Istituti Goethe d’Europa e così via. Questo è cambiato, lo dico sempre, io non sono cambiato, le mie posizioni sono sempre state chiare, quindi oggi parlo della congestione emotiva di 30 anni fa o giù di lì. Le circostanze sono cambiate. Ovviamente, non mi adatto più a queste circostanze in modo tale che la gente voglia ascoltarmi in pubblico, quindi non sono più invitato, ho fatto trasmissioni radiofoniche per anni, dovevo partecipare ai talk show, tutto questo si è addormentato, proprio perché rappresento la mia posizione di sempre, ma non si adatta più. Una voce critica non è  più adatta a questo mondo mediatico sempre più malato.

M-U: Purtroppo lei ha un’opinione sbagliata, signor Maaz. 

M: Esattamente. Ecco come stanno le cose.

M-U: Un’ultima domanda, perché prima ho esagerato quando ho detto che sarebbe stato difficile tornare indietro. Ma alla fine si dovrà tornare indietro, perché altrimenti avremo solo uno scenario catastrofico davanti a noi, sì, forse finirà davvero lì, ma se guardiamo le persone ora nella loro paura, hanno investito così tanto nella loro paura, quindi un sacco di energia psicologica va in esso. Se ora si scopre che possono perdere questa paura perché non ce n’era motivo, allora questo li rende ancora più amareggiati. 

M: È praticamente inconcepibile. È ipotizzabile, ma non è la realtà. L’amarezza aumenterà, questo è anche il problema che hanno molte persone vaccinate, giusto? 

M-U: Esattamente.

M: Una vaccinazione non può essere annullata. Nella vita normale, quando ci si rende conto di aver commesso un errore, di aver preso una decisione sbagliata, è facile affrontarlo terapeuticamente. 

Questo non è più possibile con una vaccinazione, per cui c’è da temere che si rimanga ancorati al proprio atteggiamento sbagliato e si diriga la propria aggressività verso l’esterno. 

Sono convinto che nel prossimo futuro non assisteremo a nessun miglioramento significativo della vita sociale, ma piuttosto a un crescente deterioramento, quindi interiormente mi sto davvero preparando alle condizioni peggiori, ma tendo a essere pessimista per non essere troppo sorpreso da ciò che accade in realtà. A prescindere da questo, rimango e sono in procinto di stabilizzarmi a livello personale, cioè ciò che intendo per cultura della relazione. 

È necessario rimanere davvero in confidenza con alcune persone, cioè poter parlare di tutto, poter parlare di se stessi, poter inveire e imprecare e piangere ed essere capiti, non è necessario avere la stessa opinione ma bisogna avere la possibilità di liberarsi davvero di ciò che ci preoccupa e anche di ascoltare come stanno gli altri. 

Quindi questa possibilità molto personale di rimanere in un rapporto umano, indipendentemente dalle circostanze che ci circondano, che significa anche aiutarsi, sostenersi, consultarsi, rimanere umanamente democratici nel senso più profondo, è ciò che mi porto dietro dalle condizioni della DDR. 

Questa era la mia strategia di sopravvivenza allora, e lo è anche oggi. È così che mi salvo, anche nelle mie paure, qualunque cosa accada, c’è ancora la possibilità di stare insieme ad altre persone, di parlare, di aiutarsi, di capirsi. Sì, questa è la mia risposta alla situazione. 

M-U: Signor Maaz, grazie mille per questa intervista.

M: È stato un piacere.

Trascrizione dell’audio originale a cura di Paola Tedde
Traduzione dal tedesco di Piero Cammerinesi per LiberoPensare

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