Quel labile confine dove il male confina con il Male

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“Se Dio non esiste, allora tutto è lecito”.

Avevo ventiquattro o venticinque anni quando, intento a divorare i padri della letteratura russa di tutti i tempi, incontrai questa terribile sentenza di F. Dostoevskij. E la mia anima, ancora giovanissima e perciò ancora plastica e sensibile, ne fu del tutto sopraffatta. Da allora, e sono passati oramai quasi cinquant’anni, non c’è mai stato un periodo di tempo lungo abbastanza da farmela dimenticare. Per anni l’ho meditata con tutte le forze che avevo a disposizione perché credevo, e ancora oggi io credo, che sotto l’ovvietà del suo significato apparente, essa nasconda abissi indicibili.

Nel 2010, in un libro dedicato ai miei viaggi in Africa, la riproposi dichiarando che, se fosse per me, obbligherei tutti gli studenti delle scuole superiori di tutto il mondo a confrontarsi con quella tremenda sentenza, provando poi a sviscerarne tutti i contenuti possibili.

Di fatto, sempre in quel mio libro arrivai a scrivere:

Pensiero potente, quello di Dostoevskij. Sconcertante. Destabilizzante. Ma, anche, profondamente coerente in sé stesso. Proviamo infatti a sostituire alla parola (e al concetto) Dio – oggi reso troppo esangue da tutti coloro che in Suo nome hanno gozzovigliato – gli altri da me proposti: “Se la nostra vita di creature mortali non ha alcuna radice nella realtà dei mondi spirituali… se davvero questa vita non ha alcun senso, alcun significato, alcun ultimo perché… se siamo solo il frutto di una combinazione casuale di atomi e la nostra coscienza è un epifenomeno della biochimica cerebrale, cosa ci trattiene dal realizzare ogni nostro desiderio, ogni nostro immediato benessere materiale, a qualunque costo, subito, anche a discapito di tutti gli altri nostri simili? Ammesso che sapessimo farlo, sfuggendo al controllo sociale, perché non dovremmo rubare, ammazzare e stuprare pur di realizzare il nostro più immediato interesse? Cosa davvero ci trattiene?”

Oh!!! Lo so… conosco le obiezioni…

E a questo punto del libro avevo riportato alcune delle più autorevoli e accreditate riflessioni che pensatori illustri (o almeno pensatori ritenuti tali) avevano partorito per giustificare le grandi risposte etiche dell’uomo pur in assenza di qualunque fumosa metafisica. Teorie, dunque, del tutto di prive di “spirito”. Da Sigmund Freud (con la sua più o meno plausibile teoria della “strategia di sopravvivenza sociale”) al nostro Eugenio Scalfari (con la sua più stupida che risibile teoria della “morale come pulsione biologica”), cercando di mostrare al mio lettore la difficoltà di sostenere la credibilità di un’etica fondata sul nulla.

Perciò, continuai scrivendo: 

Dovremmo solo mettere da parte tutte queste dotte teorie e formulazioni, provare a rifiutare il fascino dell’intelligenza astratta, che spiega tutto senza spiegare nulla perché attenta solo a rispettare i canoni formali del processo pensante, ed esporci invece alla spietata luce della coscienza che riflette su di sé. Basterebbe che ognuno di noi si chiedesse, con tutta l’onestà di cui fosse capace:

– Ma se fossi sicuro, al cento per cento, di non essere mai scoperto e dunque mai giudicato da altri se non da me stesso, potrei scoprirmi a rubare? Magari anche soltanto per necessità estrema? Travolto da un raptus di desiderio incontenibile, all’apice di un parossismo passionale, potrei violentare qualcuno? In caso di bieco interesse personale, come anche di legittima difesa, potrei spingermi fino ad uccidere? Il bisogno di affermare me stesso potrebbe mai arrivare ad essere così pressante ed urgente da portarmi a trascurare i bisogni di tutti gli altri esseri che mi circondano pur di soddisfarlo?

E se, come spero, la risposta a queste semplici domande fosse: No!, dovremmo allora chiederci:

– Perché? Perché no?

Nello sforzo di rispondere a noi stessi scopriremmo che, anche se inconsapevolmente, avremmo fatto una scelta morale e dovremmo allora chiederci:

– Ma cos’è allora questa morale? Se davvero non esiste alcun Dio, nessuno Spirito Creatore che – traendole da sé stesso – abbia messo in moto le energie dell’universo… Se non esiste alcun senso o significato nascosto all’incanto della vita che si manifesta ai nostri occhi… se non c’è nessun progetto da perseguire, nessuno scopo desiderabile, nessuna meta da raggiungere… Se questa morale che tanto ci commuove, non fosse altro che il prodotto del biochimismo cerebrale, un epifenomeno della fisiologia cellulare o un comune meccanismo inibitore basato sulla proiezione-identificatoria? Insomma: se fosse solo e comunque una produzione umana e dunque, come tale, condizionata e condizionabile, soggettiva, culturalmente relativa, opinabile e modificabile? Se non fosse altro che un principio di riferimento convenzionale, forse anche utilitaristico per tutti noi esseri umani, ma comunque insignificante nella vastità infinita dell’universo che ci circonda e di cui non rimarrà alcuna traccia alla fine dei tempi? Se del dolore inflitto o subito, della pena sperimentata, dello strazio vissuto, dell’orrore patito, così come della gioia e del piacere, della correttezza e dell’onestà si perderà ogni traccia nell’indifferenza dell’universo… Se tutto ciò fosse vero, perché trattenermi dall’affermare me stesso, i miei bisogni o i miei istinti?

Se tutto quello che ci circonda fosse privo di alcun senso e significato… Se la Bellezza fosse caduca e del suo passaggio effimero non resterà traccia nel gelo del cosmo. Se nulla permarrà degli atti di coraggio estremo, dei sacrifici talvolta compiuti, dei dolori patiti, delle ingiustizie subite, delle vittorie volute… Se: “…tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia…” – sospira morendo il replicante Roy Batty in una delle ultime e più famose scene di Blade Runner… “Se – come scrisse un nostro grande poeta, Carlo Coccioli – quando si muore non c’è nulla, né paradiso, né inferno, né reincarnazione, né angeli, né dimensione diversa… che spreco tutto questo amore.” Se la coscienza umana fosse destinata a dissolversi nell’indifferenza del vuoto siderale senza minimamente alterare l’espansione e poi la successiva contrazione delle infinite galassie che lo compongono… E se dei pianti, delle risa, delle urla, dei sospiri, dei lutti, degli eroismi e delle viltà davvero non resterà più alcuna traccia, perché dovrei trarmi indietro? Perché dovrei rinunciare ad inebriarmi del godimento del momento e a glorificarmi ora, adesso, subito, prima che sia troppo tardi? Perché non esaltarmi della libertà assoluta derivante dalla sconfessione di qualunque altro limite se non quello espresso dalla sovranità del mio Io? Perché dovrei farmi limitare dalla presenza ingombrante dell’Altro se in lui non sono disposto a vedere nessuna sacralità, nessun motivo di meraviglia e stupore, se in lui non sono disposto a riconoscere alcun altro significato oltre quello del limite imposto al mio Io?

Insomma: perché dovrei arrestarmi? Perché dovrei cedere, ossequioso, di fronte ad un giudizio senza radici? Superare questi condizionamenti, sforzarsi di non ricadere sotto il servaggio di insulsi luoghi comuni, non mi libererebbe dalle catene rendendomi finalmente libero? Non farebbe di me quell’Uomo Nuovo che tutti stiamo aspettando?

Come non riconoscere in queste ultime parole il delirio lucido, terribile e oramai disumano dal quale Kirillov si lascia travolgere alla fine della sua drammatica ricerca della libertà estrema. Come non riconoscere in esse i presupposti altrettanto terribili con cui Ivan Karamazov solo da un punto di vista intellettuale, ma dopo di lui tutti i dittatori del mondo – da Hitler a Stalin, da Mao a Castro – magari in nome di un astratto progetto sociale, hanno potuto sacrificare milioni di vite umane con il sorriso sulle labbra e la certezza nel cuore.

Dostoevskij, invece, si è spinto nell’abisso e ha osato guardare la Bestia dritto negli occhi:

“Se Dio non esiste… allora tutto è permesso.”


Spero che mi si vorrà scusare per questa lunga riproposizione di pensieri già esposti, ma mi serviva per far comprendere ai miei lettori di oggi quanto quella sentenza abbia inciso nella mia formazione di psicoterapeuta e mi abbia aiutato a comprendere quanto possa essere facile scivolare nel male quando l’anima sia stata tenuta lontano da una qualunque opportunità di porsi domande sul mistero che adombra la nostra esistenza di creature mortali.

Perciò posso ora affermare di non essere mai stato inorridito più di tanto di fronte al male commesso dai miei simili. Che si trattasse di genitorialità mancata o abusata (pur nel peggiore dei modi), o di totale mancanza di scrupolo nei confronti di chiunque altro… che si trattasse di ladrocinio, di piccola o grande criminalità, perfino di omicidio… che si trattasse di tradimento, di mercimonio, di perversione sessuale o di qualunque altra scelleratezza morale… confesso di essermi sempre sentito in grado di comprenderne il senso. La conoscenza professionale dei meccanismi e delle strategie basilari con le quali l’anima umana si ingegna di sopravvivere nella realtà disumana del mondo terreno nel quale viene catapultata nascendo mi ha sempre aiutato a scansare l’orrore e a trovare i condizionamenti, gli impulsi e i motivi che potrebbero aver determinato quelle scelte scellerate.

Mi sentirei perciò di affermare che io, il male, lo comprendo! O, almeno, sono arrivato più o meno a comprenderlo!

Sono arrivato a comprenderne le radici, a riconoscerne gli indizi, i preannunci e le sue prime avvisaglie. Sono arrivato a riconoscerlo come un elemento imprescindibile del cammino dell’uomo verso la piena realizzazione di sé stesso.

****

Ma c’è una soglia… una linea impercettibile lungo la quale la mia comprensione si arresta e mi getta in una condizione interiore che non mi scandalizzerei dal definire: “ottusità ontologica”.

Devo ammetterlo… c’è un passaggio concettuale che non mi riesce di compiere o, almeno, che non sono mai riuscito a giustificare in alcun modo. Per quanta curiosità io abbia sempre provato e per quanti sforzi io abbia fatto, non sono mai riuscito a passare dal male al Male

Cercherò di spiegarmi meglio ripartendo dall’inizio: se dentro di sé o fuori di sé (nella saggezza e nella bellezza struggente del mondo) l’uomo non riesce più in alcun modo a riconoscere la presenza del divino… se davvero per lui non esiste più alcun Dio, né un vero e proprio significato della vita da lui espressa sul pianeta che abita… ebbene, perché allora trattenersi dall’affermare sé stesso? Se qualcuno, privo della minima spregiudicatezza di pensiero e della risonanza empatica del proprio sentire, volesse poi schiacciare i propri simili pur di affermare la propria narcisistica egoità, perché stupirci?

Certo, non dovrebbe essergli permesso… e le sue azioni risulteranno pur sempre inique e scorrette secondo il buon senso comune, questo è ovvio, ma in un modo o nell’altro le si potrebbe sempre comprendere… o, almeno, io sono sempre riuscito a comprenderle.

Tuttavia, quando nel percorso dell’affermazione parossistica del proprio sé un uomo si trovasse poi a varcare la soglia del sovrasensibile, anche fosse all’improvviso o per casuale fatalità… quando, pur non avendolo espressamente voluto, si trovasse a tu per tu con “Forze” o, addirittura, con “Entità” di inequivocabile natura… come è possibile che voglia invece procedere oltre?

In altre e più schiette parole sto parlando dell’incontro con la Magia Nera, del Satanismo o dell’Opera Demoniaca che hanno per precipuo scopo l’opposizione ai valori dello spirito.

Perché non occorre chissà quale grande acume per riconoscere come nella attuale realtà politica del mondo, nelle arene dove si combatte per il monopolio del potere assoluto o delle risorse della finanza globale, le “Forze” scese in campo sono di origine sovrasensibile. Sono diaboliche!

Messe nere, rituali orgiastici, scatenamento degli istinti, sacrifici inenarrabili di bambini…   

Come è possibile, dunque, per alcuni uomini abbracciare il Male, che a quel punto non sarebbe più il semplice male, bensì appunto un Essere del Male la cui natura sovrasensibile sta a “dimostrare” per contrasto e opposizione l’esistenza di un Dio d’Amore?

Se nel mancato riconoscimento (quali che ne siano le ragioni) del mistero che adombra la vita umana potrebbe sempre essere ravvisata una attenuante o comunque una scusante per il male compiuto da un qualsiasi uomo, quando quello stesso uomo varca invece il sovrasensibile e s’inoltra nelle regioni abitate dall’Essere del Male, quali mai potranno essere gli impulsi e le motivazioni da lui ritenute valide?

Si dirà: il Potere sconfinato!

Sì! Certo… potrebbe sembrare legittimo. In fondo, chiunque voglia inoltrarsi nella crescita spirituale di sé stesso dovrebbe essere disposto a significativi travagli interiori, a prove durissime, fino a maturare nel tempo la capacità di sacrificare il proprio sé.

Mentre il potere offerto dal Male, se non proprio gratuito, è decisamente di più facile portata.

I Demoni, almeno in apparenza, sono ben più generosi. E promettono godimenti immediati, successi illimitati, pieno appagamento di qualunque brama terrena o sopraterrena.

 

 

Ma il prezzo è esorbitante: comporta l’esclusione per sempre dalla visione di quel Dio che, paradossalmente, l’esistenza del Demone comprova. Comporta la dannazione eterna in una dimensione che finirà per divorare l’essenza stessa della propria entità umana.

Il Male non dividerà mai il proprio regno con alcuno dei suoi fedeli… il cui destino, dopo l’orgia di potere di cui avranno goduto, sarà quello di essere smembrati e privati per sempre della propria intima natura. La loro fine sarà quella di perdere il proprio Io, non per libera scelta o per amore, bensì per necessità alimentare dei demoni che di essi si nutrono.

Perché farlo?

Quale ottusità li spinge?

Molti anni fa, sulle rive del lago presso cui ancora vivo, ero occupato in un dialogo silenzioso con me stesso. E ad un certo punto mi chiesi perché, al di là dei miei convincimenti scientifico-spirituali, perché mi sentissi irresistibilmente attratto verso il mondo spirituale. Rimasi a lungo in un silenzio interiore che chiedeva una risposta essenziale.

Arrivò all’improvviso:

“Perché è Bello! Perché è l’unica Verità che mi sento di riconoscere! Perché è l’unica meta per la quale so che vale la pena lottare!”

Magari a molti lettori di queste poche righe quella risposta improvvisa potrà sembrare fin troppo banale, anche se, ripeto, non fu il risultato di un astratto ragionamento.

Di fatto, però, il risonare in profondità di quella risposta credo sia la causa ultima di quella che mi ostino a chiamare “la mia personale ottusità ontologica”… una ottusità che mi impedisce di comprendere fino in fondo le motivazioni ultime di tutti coloro che si schierano contro lo spirito. Io non riesco proprio a comprenderli… non riesco a riconoscere nella volontà assoluta di Potere o di Denaro una spinta che abbia un qualunque senso.

Ma se da una parte, per me, psicologo e psicoterapeuta, l’arrestarmi sulla soglia di una dinamica psichica così potente da aver sempre coinvolto nei secoli migliaia e migliaia di miei simili rappresenta una sorta di sconfitta intellettiva e professionale, sospetto d’altra parte che io debba riconoscere a questa stessa ottusità una valenza protettiva che, mi auguro, non smetterà mai di accompagnarmi nell’avventuroso viaggio verso quel mondo spirituale dal quale tutti noi proveniamo.

Piero Priorini

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