Minus Habentes

Surveillance Capitalism

Note su The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at The New Frontier of Power di Shoshana Zuboff (2019, Public Affairs, USA) 

Eravamo dentro un cambiamento epocale, ma non ce ne eravamo accorti.

Eravamo anche noi ingranaggi del sistema economico mentre questo cambiava direzione, ma , distratti da finti scenari, credevamo ancora di muoverci in territori conosciuti.

Eravamo alla ricerca di risposte alle nostre domande esistenziali, ma la vita aveva mutato linguaggio e le nostre vecchie parole risultavano prive di senso.

 

 

Abstract 

Con la globalizzazione, capitalismo e società sono parole intercambiabili. 

Ma il capitalismo novecentesco basato sulla produzione di massa è stato superato. 

Il capitalismo ha cambiato forma e chiamiamo quella forma capitalismo della sorveglianza. Esso è attualmente dominante al punto da essere indistinguibile dalle nostre vite. 

Il cambiamento ha avuto inizio in un preciso momento storico ad opera di un ben individuato soggetto economico, all’interno del contesto culturale neo-liberista. 

Il capitalismo della sorveglianza è tutt’uno con il potere degli stati che ci controllano per fini dichiarati «di sicurezza» e agisce espropriandoci. 

Il capitalismo, dopo avere distrutto l’ecosistema, punta ad appropriarsi «della natura umana», trasformando ogni nostro comportamento in dato utile da vendere sul mercato dei comportamenti futuri, condizionando le nostre scelte in maniera così sottilmente pervasiva da avere la certezza della previsione infallibile. E conseguire un utile alle nostre spalle. 

Ciò avviene attraverso le nostre interazioni continue con le tecnologie digitali in cui siamo stati immersi e dentro cui quotidianamente «navighiamo». 

In questo senso, «abbiamo meno» rispetto a un prima che non tornerà più. 

Meno ricchezza (che si concentra sempre più), meno futuro (quale futuro per chi è costretto a volere il proprio danno?), meno conoscenza (uniformata nella menzogna di una narrazione dominante eterodiretta dai capitalisti stessi). 

Fonti ulteriori: 

«Dominio» di Marco D’Eramo – La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi – Feltrinelli – 2020
«Permanent Record» di Edward Snowden – Metropolitan Books – 2019
«Move Fast and Break Things» di Jonathan Taplin – Little, Brown and Company Hachette Book Group- 2017 

 


 

1. Il guidatore sveglio 

Disciplinatamente seduti sui sedili di vetture che ci trascinavano via dal trambusto degli anni della contestazione, dal sangue degli anni di piombo, dai sogni di una rivoluzione che era sembrata portarci a un passo dal mito del paradiso in terra, viaggiavamo distratti, in bilico tra la sensazione di benessere diffuso ottenuto grazie alle regalie elargite dal sistema negli anni del boom economico e la paura generata dalla sensazione di una catastrofe incombente, prima nucleare e poi ecologica in senso lato.
Ripiegati su noi stessi, eravamo spinti a recitare la nostra piccola parte nella società dell’apparire, dove la forma prevaleva sulla sostanza, in un gioco di rimandi di specchi che partivano tutti dal tubo catodico delle nostre televisioni.

Eravamo i ricchi del Primo Mondo, modello per tutti i poveri dei «Paesi in via di sviluppo», negli ultimi anni del ventesimo secolo. 

Ci eravamo come assopiti nella monotonia dell’uguale, nella routine del quotidiano ripetersi di comportamenti svuotati di ogni afflato ideologico, nell’insignificanza delle nostre identità singole all’interno di un mercato globale governato da regole «altre». 

Dormivamo, ma il guidatore sveglio ci aveva condotto, senza scosse, in una terra incognita, dove eravamo stati fatti scendere, ancora un po’ assonnati, e lasciati liberi di muoverci, esplorare e sperimentare. Molti si erano rifiutati ed erano voluti risalir a bordo per riprendere il loro viaggio sempre uguale a se stesso, ma a cui non sapevano rinunciare, in nome di quell’ansia di certezza che tutti ci accomuna. 

Il guidatore sveglio aveva fatto rotta spesso verso questi luoghi nuovi, più e più volte, fino a renderceli famigliari, fino a spingerci a inoltrarci sempre più all’interno, fino a farceli sentire parte delle nostre vite. E noi, tutti, alla fine ne eravamo stati affascinati, attratti dall’apparente libertà senza limiti che ci si prospettava dinnanzi e che ci consentiva, in un modo del tutto inaspettato, di poter esprimere il nostro sé, di metterci a nudo senza rischi, di sentirci parte di una comunità di pari. Non più la vuota reiterazione di miliardi di gesti di consumo, governata dall’impersonale bagliore dello schermo televisivo, vicino eppure lontano da noi nella sua assenza di interattività, ma una situazione di reale comunicazione per lo più immediata.

Finalmente, la possibilità di essere affrancati dall’isolamento in cui ci aveva sospinto il  «riflusso» individualista post-sessantotto, di uscire dalla gabbia di rapporti non voluti, di connettersi con chi condividesse passioni e interessi simili, al di fuori del grigiore quotidiano.
E tutto apparentemente gratis!
 

Quelle praterie sconfinate in cui molti si lanciarono di corsa, abbracciandosi felici, come membri di una umanità rinata e affratellata da un nuovo sapere, erano gli universi infiniti del World Wide Web, governati da una tecnologia, quella digitale, la cui conoscenza sembrava poter essere democraticamente condivisa da tutti. 

Ma non fu così, perché si trattava di una trappola, a cui ci avvicinavamo attratti dall’esca della gratuità, affascinati dall’immediatezza delle risposte, sospinti dal nostro disagio emotivo di allora. 

Il guidatore sveglio fece un ultimo viaggio (eravamo già nel nuovo millennio), ci scaricò e non ci venne più a prendere. 

 

2. Da un 11 settembre ad un altro 

La sveglia, che rimandava tutti a casa dopo le «baldorie» sessantottine, suonò presto, ben prima dell’arrivo di Internet, ma molti, specie gli intellettuali della c.d. sinistra o liberal che dir si voglia, non vollero o non furono in grado di sentirla.
Correva l’anno 1973 (che, per inciso, è anche l’anno della prima telefonata privata con dispositivo mobile) e USA e Vietnam del Nord firmarono a Parigi, il 27 gennaio, l’armistizio che di fatto pose fine alla guerra del Vietnam, la guerra sbagliata per eccellenza, la guerra dove i «cattivi» comunisti erano diventati buoni e i «buoni» capitalisti erano diventati cattivi. E avevano perso. Un vero fallimento, oltre che militare, anche, e sopratutto, della comunicazione di regime, a causa di un giornalismo indipendente (non
embedded, come sarebbe stato poi a partire dalla Prima guerra del Golfo, 1990) e fuori controllo. Bisognava correre ai ripari al più presto e dimostrare la propria forza almeno nel «cortile di casa», scongiurando il ripetersi di altre Cuba.
Il capitalismo voleva la rivincita. E la ebbe. E vinse.
 

L’11 settembre 1973, il generale Augusto Pinochet prese sanguinosamente il potere in Cile: dopo l’uccisione del Presidente legittimo, il socialista Salvatore Allende, torture stupri stragi e sparizioni di oppositori fecero da corollario alla prima messa in pratica a livello mondiale dei dettami del nuovo credo neoliberista in campo economico. Propugnato dalla c.d. Scuola di Chicago, di cui Milton Friedman fu l’alfiere insignito di «nobel» (oltre che collaboratore attivo della giunta militare cilena), esso prevede, in estrema sintesi, come unica libertà riconosciuta quella delle imprese di concorrere tra loro, la riduzione del ruolo statale a guardiano e tutore dell’ordine (dirottamento delle risorse pubbliche dal settore assistenziale al repressivo), l’asservimento di ogni valore al profitto. La gestione delle inevitabili tensioni sociali conseguenti, come degli attacchi dell’opposizione politica, richiese, in questo primo esperimento mondiale, la messa in opera della più rudimentale forma di sorveglianza, quella che solo una dittatura può esercitare impunemente, vale a dire lo stato di polizia permanente. Quello stesso che i regimi comunisti hanno praticato in nome di un’ideologia diversa e che il capitalismo, pur pubblicamente esecrando, non esitò a fare proprio, pur di raggiungere i suoi scopi. 

Trascorsi esattamente ventotto anni, dopo che le violenze della polizia al G8 di Genova, in Italia, nel luglio di quello stesso anno, avevano costituito un chiaro monito per tutti i movimenti che si erano illusi di potersi opporre, in nome di una ideologia egualitaria e solidaristica, all’inarrestabile avanzata del neoliberismo economico, l’11 settembre 2001, il crollo delle Torri Gemelle a New York, Usa, con la strage di civili conseguente, stupì e sconvolse il mondo (specie la inverosimile ricostruzione ufficiale dell’accaduto), ma giustificò, da parte della superpotenza mondiale egemone sul piano militare, la messa in opera, attraverso Internet, della più diffusa schedatura della popolazione terrestre mai avvenuta (oltre al lancio della guerra globale al terrorismo), passando dalla brutalità della violenza di stampo cileno alla subdola pervasività del controllo virtuale. 

 

Proprio nello stesso anno, il 2001, l’azienda americana Google, con il suo già famoso, ma non ancora leader, motore di ricerca sul web, cominciò a capitalizzare l’acquisizione dei dati relativi alle ricerche degli utenti, trasformandoli in surplus comportamentale vendibile sulle aste on-line per inserzionisti pubblicitari. E, da azienda in crisi finanziaria, cominciò a guadagnare, arrivando alla quotazione in Borsa, nel 2004, con uno stupefacente incremento degli introiti del 3590 per cento (da 86 milioni a tre miliardi e mezzo). 

Negli anni successivi, il transito di funzionari/tecnici dalla società privata all’amministrazione pubblica fu continuo e a doppio senso, rendendo obsoleta e inutile la distinzione tra gli interessi dello Stato e dell’Impresa: lo Stato agisce a tutela del sistema economico, che è incentrato sulla libertà dell’Impresa, quindi agisce a tutela dei diritti dell’Impresa; l’Impresa ringrazia e fornisce gli strumenti tecnici per l’ottimizzazione della tutela a favore del sistema e di se stessa. Tanto è vero che i programmi di sorveglianza dei servizi segreti sono costruiti sulla falsariga di quelli dell’azienda privata, spesso con la consulenza di questa e sviluppati da società in cui vi è un coinvolgimento diretto o indiretto di militari e di ingegneri della stessa. 

Con questo passaggio, la verginità innocente di Internet andò definitivamente perduta, le nostre corse per infiniti spazi furono bloccate, le gabbie entro cui potevamo muoverci furono chiuse. Era nato il capitalismo della sorveglianza. 

 

3. “Quel che voglio, quando, dove e come voglio…” 

È questo il miraggio filosofico esistenziale che siamo stati indotti a considerare possibile e desiderabile. È stato così, prima per i giovani utilizzatori di Napster con il file-sharing della musica, poi con gli acquirenti degli iPods/iPhones della Apple e infine per tutti i consumatori. L’interconnessione cibernetica, vieppiù potenziata dalla versatilità onnicomprensiva della telefonia mobile, ha portato al quasi annullamento delle barriere spazio/temporali. Il limite fisico della distanza è stato frantumato, il peso della materia sublimato nell’immagine ricostruita sullo schermo. Tutto è a portata di «click» o di «tocco» (e forse presto basterà solo il pensiero per attivare i nostri device elettronici, grazie a un braccialetto in grado di leggere gli impulsi neuronali dal cervello alla mano)…

E proprio questo miraggio filosofico esistenziale, combinato con il World Wide Web, ha determinato un cambio di paradigma fondamentale nel capitalismo. Dalla produzione di massa a basso costo, che aveva dominato il Novecento, all’individualizzazione mirata dei consumi esplosa nei primi anni Duemila.
Dalla catena di montaggio di Henry Ford che aveva trasformato l’automobile (il famoso Model T) in un qualcosa di acquistabile dalla gran parte dei cittadini a un prezzo ragionevole, si è passati alla digitalizzazione sempre più spinta del reale, rendendo possibile, a partire dalla musica, la fruizione personalizzata di ciò che le imprese mettono sul mercato. Dall’alienazione di sé nell’indistinta monotonia della serialità, alla valorizzazione dei gusti e delle inclinazioni individuali. Dalla sottomissione della domanda all’offerta (compro quello che il sistema mi offre), alla liberalizzazione (apparente) delle scelte di acquisto (l’impresa produce ma venderà solo se in grado di intercettare le propensioni al consumo di ogni singolo acquirente)…

È in questo passaggio che è nato il capitalismo della sorveglianza: per riportare sotto il controllo totale del produttore/venditore l’acquirente/consumatore.

Lo spiazzamento della tradizionale produzione di massa di fronte all’irrompere della novità della «tripla w» ha imposto il ripensamento del marketing di vendita per tutti i beni e i servizi. Il nuovo capitalismo ha messo nell’incertezza il vecchio capitale e lo ha reso a sé dipendente: le leve del comando sono passate di mano e alla guida ora c’è una macchina intelligente, il cui codice di accesso (l’algoritmo segreto) dà potere su tutto.
Il 9 agosto 2011 Apple superò Exxon Mobil nel volume di capitalizzazione diventando la prima società quotata al mondo e plasticamente sancendo, all’analisi superficiale, il passaggio di consegne dal vecchio al nuovo capitalismo. In realtà, Apple è ancora dentro il paradigma della produzione di massa, perché
«impone» a un prezzo fisso a folle sempre più numerose di «fedeli» del nuovo credo tecnologico il suo oggetto feticcio, con margini di lucro enormi. Apple e le sue consorelle produttrici di device elettronici cavalcano sì l’onda del nuovo, realizzando gli strumenti idonei alla realizzazione del sogno della liberalizzazione delle scelte di acquisto, ma il compiersi del miracolo dell’oggetto uguale per tutti e per ognuno diverso dà valore non allo strumento ma a quello che lo strumento consente di fare, al contenuto invece che al  «contenente», al «genio» piuttosto che alla «lampada» dell’antica fiaba araba. E Aladino potrà arricchirsi a dismisura mettendo in produzione milioni e milioni di lampade, ma sarà chi riuscirà a interagire, estraendo ricchezza, con i desideri di quei milioni di acquirenti a essere il vero «genio della lampada». La vittoria di Apple del 2011 ha soltanto reso ancora più forte il dominio di chi, fingendo di essere al nostro servizio, trasforma ogni nostra azione quotidiana in un codice binario utile al business dell’analisi dei dati comportamentali, con un potenziale di ritorno economico immenso. 

Ci era stata concessa libertà illimitata di movimento, ma solo per registrare ogni nostra più piccola mossa; erano state solleticate le nostre velleità di affrancamento dal sistema totalizzante della produzione standardizzata, ma solo per incastrarci in una distopia ancora più sottilmente pervasiva; eravamo stati adescati con le lusinghe dell’infinita conoscenza derivante dall’interconnessione, chiedendo al World Wide Web la risposta a ogni nostra domanda, ma solo per alimentare i fagocitanti archivi dei capitalisti della sorveglianza, che si arricchiscono alle nostre spalle. 

 

4. Come il genio della lampada da servitore si è fatto padrone 

Il filosofo sociale Zygmunt Bauman ha scritto che la più profonda contraddizione del nostro tempo è

«il gap sempre più ampio tra il diritto all’affermazione di se stessi e la capacità di controllare le variabili sociali che la renderebbero possibile.» 

Forse più che di variabili sociali sarebbe corretto parlare di «tecnologie forniteci dal capitale», che, nel caso di Google, diventano strumenti di asservimento di massa, almeno dal 2001 in poi. Fino a quell’anno, l’analisi dei dati comportamentali degli utenti era utilizzata dalla società di Mountain View solo per il miglioramento del servizio del motore di ricerca. Il problema per Brin e Page, fondatori della società, era che in questo modo i loro bilanci erano brutalmente in perdita e i venture capitalist che avevano finanziato e scommesso su di loro cominciarono a esercitare una pressione crescente per un cambio di rotta che conducesse a una remuneratività anche minima dei loro investimenti. Fu così che avvenne la svolta: Google cominciò a guadagnare… usandoci. 

Dopo il 2001, con la scoperta del surplus comportamentale, un’intelligenza artificiale appositamente creata elabora una mole sempre crescente di dati per predire il comportamento futuro degli utilizzatori del motore di ricerca; queste previsioni vengono vendute ai clienti dei nuovi mercati dei comportamenti futuri, generando profitto. L’estrapolazione di dati dalla nostra navigazione in Internet è operata, non (più) per noi, ma contro di noi, a vantaggio dei ricavi di una società privata… davvero  «geniale». 

Il «genio» rivendica a sé il diritto di: impossessarsi liberamente dell’esperienza umana, trasformare quell’esperienza in dati comportamentali, diventarne proprietario, conoscerne i contenuti, decidere autonomamente di essi, tutelarsi contro chiunque osteggi od ostacoli il diritto di impossessamento, contestandone la legittimità o le modalità di esercizio. 

Ciò vuol dire che il nostro diritto a conoscere (quello che un motore di ricerca dovrebbe esaudire) è stato subdolamente espropriato e svuotato di senso, riducendosi al presupposto necessario per lo svolgimento di una attività commerciale di compravendita di dati. A chi le sappia interpretare, noi forniamo informazioni su   tutto il nostro «essere», dal momento in cui interagiamo con un telefono, un computer o un qualsiasi altro dispositivo elettronico «intelligente», cioè dotato di un software. E queste informazioni, contrabbandate come marginali, sono vendute a caro prezzo a fini di pubblicità mirate sul singolo individuo.

Ma non solo. Possono costituire oggetto di interesse per (e acquistate da) società di sondaggistica elettorale, agenzie governative di spionaggio, aziende facenti parti della categoria SVAAS (surveillance as a service), assicurazioni, istituti di credito… Tutti soggetti operanti nel mercato dei comportamenti futuri. 

Il modello Google è stato fatto proprio, oltre che dai motori di ricerca concorrenti (Microsoft in primis), da Facebook e dagli altri social media, nonché dalle compagnie di telecomunicazione, fino a ridisegnare completamente il nostro rapporto con la società nel suo complesso: la comunicazione interpersonale, le relazioni lavorative, la didattica, la burocrazia, gli acquisti, l’espressione artistica, le notizie di cronaca sono sempre più mediati in via esclusiva da una «piattaforma digitale», da una app o più genericamente da un software…
Facile quindi confondere il virtuale con il reale. Facile cadere nella trappola della sorveglianza e dimenticare di esserci. Facile chiudere gli occhi sul continuo esproprio senza compenso né consenso, operato sul nostro surplus comportamentale, il quale, proprio perché sempre più diffuso, cresce in maniera esponenziale, autoalimentandosi. 

Difficile, invece, capire se la pressione decisiva operata dal capitale finanziario per far evolvere la tecnologia informatica in qualcosa che poi è diventato il capitalismo della sorveglianza rappresenti anche, in qualche modo, una sorta di ineliminabile supremazia del «denaro» su questa, come su ogni altra attività umana, o se, invece, la particolarità del potere del capitalismo della sorveglianza, in specie il suo essere ubiquitario e indifferente alle identità e alle posizioni di più o meno forza dei sorvegliati, non conduca inevitabilmente al controllo totale su cittadini e imprese, ivi inclusa l’alta finanza, tutti ugualmente dipendenti e necessitati all’uso della tecnologia informatica. Solo l’evolversi futuro dei rapporti di forza tra queste due forme di capitalismo potrà dare una qualche risposta, che, al momento, è possibile elaborare sotto forma di semplice congettura: lo scenario che appare come più probabile è quello della sovrapposizione tra i due, della loro progressiva coincidenza identitaria, con banche e big tech in mano alle stesse persone, agli stessi gruppi, alle stesse società… 

 

5. L’asimmetria informativa 

È innegabile che «loro» siano preparati, molto preparati. È da lì che deriva la nostra sconfitta. 

Il morso della trappola che ci schiaccia è figlio dell’ineguale sapere tra noi e «loro». 

Google per primo e poi gli altri a seguire hanno brevettato e continuano a brevettare programmi in grado di gestire quantità sempre crescenti di informazioni individualizzate, estrarre dati da qualunque comportamento umano, predire le nostre scelte di consumo. 

Google è leader nel machine learning. 

Le migliori menti nel campo dell’ingegneria, dell’informatica, della matematica, della comunicazione e del marketing sono al loro servizio. 

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI) che governa e governerà sempre più i nostri destini passa attraverso di loro, le loro ricerche, le loro applicazioni sviluppative. 

Sono le «macchine sapienti», i «bots» la nuova forza lavoro, progettate per sostituire, a un costo fisso ammortizzabile, quote sempre crescenti di «manodopera» in carne ed ossa, massimizzando i profitti. 

Chi è in grado di idearle, sviluppare i processi produttivi necessari alla loro costruzione, gestire il loro funzionamento, provvedere al loro continuo perfezionarsi è (quasi) al vertice della piramide sociale, subito sotto i multimiliardari a capo delle corporations da cui è stipendiato. 

Che cosa possiamo fare noi semplici cittadini «ignoranti» dell’abc tecnologico che ci governa e ci espropria di sovranità? Come possiamo sperare di opporre resistenza? Quali alternative «nostre» possiamo proporre? Loro sanno e noi no. 

È qui che il trito assioma che «la conoscenza è potere» si colora finalmente di senso: non lo studio generico di qualunque branca del sapere, ma solo la preparazione iperspecialistica in informatica dà accesso alle stanze del comando. 

Essere tra i (relativamente) pochi che conoscono i principi e le regole di funzionamento della tecnologia che governa il mondo equivale a governare il mondo stesso. 

Significa essere (loro) autisti e meccanici nello stesso tempo, oltre che venditori, del mezzo e (noi) semplici passeggeri impotenti (anche se, magari, molto ferrati in zoologia o lettere antiche…). 

Turlupinati dal falso mito della conoscenza condivisa grazie alla rete, ci illudiamo di sapere, digitando i lemmi che danno l’avvio a una qualsiasi ricerca on line: così facendo, possiamo accedere ai contenuti, forse, ma non allo strumento che quei contenuti ci fornisce. 

A meno di appartenere all’elite. 

La nostra conoscenza nasce viziata fin dall’origine, portatrice di un germe che la trasformerà in qualcosa di insano; un bug che infetterà i nostri circuiti neurali come il virus di un computer. 

Quel bugça va sans dire, è la sorveglianza. 


 

6. Dalla scommessa della previsione alla previsione senza scommessa 

In fondo, si tratta di logica. Poste determinate premesse, i passaggi successivi e le conclusioni giungono inevitabili. 

Se i capitalisti della sorveglianza lucrano sulla vendita delle previsioni dei nostri comportamenti futuri, il margine di guadagno sarà tanto più alto quanto più la previsione si avvicinerà all’esattezza, cioè alla coincidenza tra azione prevista e azione realizzata. 

Vista l’abbondanza di variabili potenzialmente in gioco, il calcolo delle probabilità di scelta porta a una indeterminatezza della previsione, di primo acchito ineliminabile, a meno di intraprendere azioni specifiche volte a incrementare a dismisura la mole di dati utili a fini predittivi acquisiti/acquisibili dalle nostre vite (livello quantitativo). 

Infatti, più la nostra esistenza transita sui binari della tecnologia digitale, più rilasciamo  informazioni su noi stessi, in un crescere a valanga di surplus comportamentale, che va ben oltre la semplice query su un motore di ricerca o le chiacchiere sui social. 

Il capitalismo della sorveglianza ci conduce passo passo alla resa totale, vale a dire alla «consegna» di tutto quanto in nostro possesso e alla rinuncia ad ogni tentativo di difesa. 

Il termine inglese, in codesta doppia valenza, to render, esprime efficacemente il concetto, tanto da poter tranquillamente parlare di «renderizzazione» del reale, ovvero di estrazione di dati rilevanti (o vendibili, il che è lo stesso), oltre che dall’agire economico, anche dalla biometrica corporea ed emozionale, grazie sia a dispositivi indossabili che ad assistenti digitali esterni che ci guidano, spiandoci per conto terzi, nelle scelte di vita quotidiana. 

Tutto ciò che è cartaceo, analogico, fisico, materiale viene sempre più estromesso dal novero degli strumenti utilizzabili per la pratica giornaliera dell’esistere, mentre è incentivato il ricorso a device elettronici di ogni tipo: dalla tessera per la spesa all’elettrodomestico intelligente (Internet of Things – IoT), dalle applicazioni degli smartphones ai pagamenti on line, dal telelavoro alla didattica a distanza, dal rapporto «smart» con la Pubblica Amministrazione alla prenotazione di un evento via messaggistica telefonica, dalla cartella sanitaria informatizzata ai videogiochi, dai video on demand alla digital radio, dall’auto senza conducente alla telemedicina…
La violazione della privacy è inevitabile, nonostante il suo rispetto formale sia riaffermato di continuo, attraverso una policy dichiarata formalmente ineccepibile, ma nei fatti del tutto irrilevante. Ogni nostro eventuale rifiuto o tentativo di opposizione implica la disattivazione dei servizi in uso, l’impossibilità di procedere, l’esclusione dall’accesso… 

I capitalisti della sorveglianza inventano e immettono sul mercato sempre nuovi prodotti trappola con l’apparente intento di farci divertire, aumentare il nostro sapere, aiutarci nel disbrigo delle faccende quotidiane, far progredire la scienza, migliorare le condizioni di lavoro, soccorrere l’umanità oppressa… In realtà, con l’unico obiettivo di aumentare la mole dei dati su di noi in loro possesso. 

Non possono farne a meno, perché è coessenziale al loro esistere. L’esproprio dei dati viene attuato di continuo in una sequenza precisa di fasi e difeso a oltranza, con qualsiasi mezzo. 

Esso si articola in un ciclo composto da incursione, assuefazione, adattamento e reindirizzamento. Vale a dire: la novità viene proposta e fatta circolare a prescindere da ogni parere critico o contrario, anche autorevole, fino a renderla di uso comune; azioni legali di difesa o iniziative politiche contrarie vengono poste nel nulla con modifiche e correzioni superficiali, non incidenti sulla sostanza del meccanismo di prelievo dei dati; tutt’al più la contestazione può portare a una ricalibratura delle dichiarazioni d’intenti ufficialmente proclamate e all’adozione di formule contrattuali ambigue, in modo da renderle compatibili con la normativa o il sentire comune. 

I capitalisti della sorveglianza scommettono sulla previsione e fanno in modo di vincere. Anche (e soprattutto) sul piano dell’immagine. 

7. Dalla previsione alla predeterminazione 

Oltre che sul piano quantitativo, la tanto agognata certezza della previsione può e deve essere raggiunta a livello qualitativo, facendo in modo di indurre, in maniera per lo più subliminale e occulta, ad azioni prestabilite le persone i cui comportamenti sono oggetto di compravendita. Pur muovendosi sulla china sdrucciolevole dei diritti fondamentali dell’individuo, i capitalisti della sorveglianza hanno pianificato alla perfezione la creazione delle condizioni di contesto necessarie alla vincita della loro scommessa.

Hanno creato intorno a sé uno scenario di ombre e luci, in cui a essere messe in risalto sono sempre le azioni presentate come positive per il political correct del momento, mentre in ombra rimangono le decisioni strategiche potenzialmente suscettibili di controversia. La narrazione massmediatica dominante lavora per loro: hanno investito, con successo, miliardi in questo senso. Tanto è vero che possono sperimentare indisturbati tutte le pratiche di condizionamento occulto del comportamento degli utenti, al solo scopo di incrementare i propri profitti di compravendita dati. Esperimenti che potrebbero indignare quel rimasuglio di senso morale rimasto in fondo all’animo di un’umanità inconsapevole e ottusa nella propria capacità di discernimento e che invece servono ai capitalisti della sorveglianza per prevedere con certezza, grazie all’impiego di AI (Artificial Intelligence) d’avanguardia, il nostro comportamento futuro.
Le modalità utilizzate sono diverse.
 

Il mezzo più semplice di condizionamento consiste nell’inviare all’utente feedback premiali o punitivi in merito ad una data azione, tali da dirigere il suo agire verso gli obiettivi attesi. Come cavie nel labirinto opzioniamo le scelte che ci regalano sconti, buoni, raddoppio dei prodotti, ecc. (perché implicano il rilascio di dati e meta-dati significativi su noi stessi). Condotte diverse sono ostracizzate e punite con il ritardo nella soddisfazione della richiesta, se non con il suo blocco totale.
Vale a dire, l’equivalente del vicolo cieco.
Più subdolamente, i capitalisti della sorveglianza (
in primis, Facebook) hanno già testato con successo i risultati dell’invio di messaggi subliminali occulti sugli schermi dei nostri monitor, che ci inducono a compiere o a non compiere un dato gesto. Può trattarsi di quello che tecnicamente viene chiamato «tuning», vale a dire regolazione fine del nostro comportamento (la spintarella che ci fa prendere la decisione «giusta», sulla quale tentenniamo), o di herding, cioè mutamento improvviso delle condizioni di contesto nelle quali siamo chiamati a operare (il posto di blocco che ci costringe a cambiare strada, come, per esempio, il mutamento unilaterale del contratto di servizio). 

Più in generale, il condizionamento avviene attraverso la messa in pratica degli insegnamenti degli psicologi comportamentisti, che hanno avuto in Harvard B.F. Skinner il teorico di riferimento. Oltre al perfezionarsi dei meccanismi di definizione di una risposta standard a uno stimolo dato, sul modello pavloviano, ci si avvale della tecnica del c.d. rinforzo, finalizzata a dare forma a routine comportamentali molto precise, facenti parte di uno schema complesso composto da più azioni in successione. 

Massimo propugnatore di queste teorie, nella loro ricontestualizzazione digitale, è Alex Pentland, l’inventore insieme a Nathan Eagle, nel 2005 del reality mining (estrazione di dati comportamentali da ogni nostro più piccolo gesto), da cui ha preso le mosse per delineare i contorni di una «società strumentalizzata». Una società in cui la somma delle conoscenze acquisite sui singoli implica l’adozione di nuove norme comportamentali, utili al suo ottimale funzionamento, sacrificando la libertà all’efficienza, l’individualità all’interconnessione sociale. Un modello, in buona sostanza, al quale uniformarsi, un vestito su misura da indossare, un alveare dove svolgere il proprio ruolo prestabilito…
All’interno del modello, i capitalisti della sorveglianza possono anche agire in stretta correlazione con le autorità statali (specie di pubblica sicurezza), in un regime di reciproco scambio di dati conoscenze e capacità, per sanzionare i comportamenti devianti e riportare tutti sulla giusta carreggiata.
 

Là dove eravamo all’inizio del viaggio e dove la maggior parte di noi è contenta di stare, inserita nel branco, sgravata del peso della responsabilità di una conoscenza piena di dubbi, distratta dagli svaghi della rete, dimentica del significato della parola decidere. 

Tutto è già deciso. 

 

8. Modello cinese in salsa pandemica 

Una società «strumentalizzata» in cui il sapere/potere tecnologico guida le nostre vite esiste già ed è quanto di apparentemente più antitetico all’idea stessa di capitalismo, vale a dire il regime comunista cinese. Eppure è così. 

In una sorta di parossistica coincidenza degli opposti, se l’obiettivo è il controllo della popolazione, se lo strumento è l’interconnessione digitale, se il profitto è la motivazione di base, vale a dire l’accumulazione di ricchezze è la guida dell’agire collettivo (elementi costitutivi delle società sia al di qua che al di là della Grande Muraglia), ogni distinzione di stampo ideologico risulta vuota retorica passatista, ogni contrapposizione politico militare tra l’occidente democratico e il totalitarismo maoista si configura come una messinscena simbolica, dove i leader di governo, nel loro scontrarsi, «rappresentano» i conflitti in atto all’interno del capitalismo stesso. 

Esso, infatti, è ben lungi dall’essere monoliticamente ancorato al mondo della Silicon Valley, in California, dove è nato, perché proprio in Cina ha trovato risorse materiali e finanziarie indispensabili al suo sviluppo, perché proprio in Cina vengono prodotti i supporti fisici necessari al funzionamento della «macchina internet» (dai microprocessori alle antenne 5G), perché proprio in Cina la velocità di creazione di nuove modalità di estrazione dei dati dal surplus comportamentale non è ostacolata da novecenteschi richiami (in realtà, qui da noi, solo sulla carta) ai diritti inviolabili delle persone e al rispetto di meccanismi partecipativi di tipo analogico (elezioni, assemblee, consultazioni). 

In Cina, la sottomissione della popolazione al Partito ha consentito una manipolazione e un controllo sociale senza pari, al riparo dai rischi di qualsivoglia contestazione, tanto da costituire un modello, anzi, il modello paradigmatico per eccellenza, l’obiettivo cui tendere in ogni parte del globo. 

Grandi gruppi e multimiliardari capitalisti della sorveglianza parlano cinese e siedono allo stesso tavolo con gli omologhi americani, progettando il nostro futuro. 

Un futuro molto poco democratico, che diventa ogni giorno sempre più «presente». 

La pandemia da SARS-Cov-2 diffusasi a livello mondiale nell’anno 2020, proprio a partire dalla Cina (pare), ha costituito una grande opportunità per l’immersione sempre maggiore delle nostre vite nella ragnatela telematica, in cui ci dibattiamo quotidianamente, finendo con il rimanervi sempre più invischiati. Che fosse voluto o no, il risultato delle «restrizioni» pandemiche è stato, al di là di tutto, un vero e proprio boom planetario dell’on line (dagli acquisti alla didattica, dal lavoro all’intrattenimento…) e, quindi, del prelievo di dati dal nostro agire in rete, cioè della sorveglianza, sia capitalista che comunista, per chi voglia ancora baloccarsi con parole démodées. 

Oltre a ciò, la comunicazione manipolata e la disinformazione sistematica, hanno mostrato quanto efficace sia, nella società del ventunesimo secolo, la capacità del potere di deprivare di conoscenza chi deve essere deprivato di ricchezza, «inoculando» false credenze di massa, agitando gli spettri delle nostre paure ancestrali, isolandoci gli uni dagli altri.
L’informazione,
«teleguidata» ci conduce, infatti, all’accettazione fideistica del nostro impoverimento progressivo di beni materiali (il reddito da lavoro) e immateriali (il diritto al futuro) a esclusivo vantaggio della classe dominante. Perché chi meno sa e più fideisticamente crede alle verità di regime, più facilmente è controllabile.
Chi meno pensa meno guai passa. Chi meglio esegue… più è (in qualche modo) premiato.
 

E anche se tutto il sapere del mondo è formalmente disponibile in rete, la mancanza di allenamento nell’esercizio del senso critico, conduce all’appiattimento della verità (per definizione sfaccettata e contraddittoria), nella consolatoria semplificazione delle prime voci di un motore di ricerca. 

Cioè quelle che l’algoritmo ha pensato siano «giuste» per noi. 

9. Come hanno potuto 

In società come quelle occidentali, dove valori quali la libertà personale e il rispetto della privacy sono, almeno sulla carta, considerati diritti inviolabili dell’individuo, a differenza di altri contesti culturali dove il singolo si annulla nella collettività, la pratica dell’esproprio dei dati personali e della loro commercializzazione nel mercato dei comportamenti futuri ha potuto nascere, diffondersi e imporsi come vincente, in primo luogo, perché eravamo impreparati e, come i nativi amerindi di fronte all’arrivo dei conquistadores, presi dallo stupore della novità e dal fascino delle nuove «macchine», non siamo stati in grado di opporre resistenza alcuna.
Anzi, abbiamo cercato di salirci sopra anche noi, per il nostro giro di giostra. E non abbiamo più saputo staccarcene. Adescati dal miraggio della soddisfazione dei nostri bisogni, abbiamo continuato a usarle e a farci usare, rinunciando a colmare il gap conoscitivo che separa noi da «loro».
 

In secundis, i capitalisti della sorveglianza si sono mossi con grande velocità, senza lasciarci il tempo di riflettere, anticipando sempre le nostre possibili reazioni, scavalcando gli ostacoli normativi, imponendo le «loro» regole, laddove le regole dovevano ancora essere emanate, rendendo indispensabili le novità tecnologiche funzionali ai loro interessi, proponendosi come eroi geniali della modernità, dotati dell’autorità e del sapere indispensabili all’esercizio del potere, proteggendo le loro conquiste con una attività di lobbying presso le istituzioni incessante e metodica, coinvolgendo nella loro scia di successo tutta una serie di soggetti ugualmente interessati all’acquisizione dei nostri dati personali, facendoli diventare loro alleati…
Sono stati bravi. È innegabile.
 

Va, tuttavia, sottolineato il fatto che la «vittoria» non avrebbe potuto essere altrettanto facile e definitiva, se il capitalismo novecentesco non avesse lavorato incessantemente alla creazione di uno scenario di fondo incentrato sulla negazione dell’intervento regolatorio dello stato nelle dinamiche di mercato e sull’esaltazione della libertà assoluta d’impresa, tanto da rendere «inevitabile» ai nostri occhi abbagliati un dominio dei pochi sui molti che non risponde, invero, a nessuna legge fisica di necessità. E’ stata, infatti, propugnata una visione del mondo in cui al vertice della scala valoriale individuale viene posta la massimizzazione del proprio tornaconto economico, applicando il paradigma imprenditoriale della comparazione costi benefici in partita doppia a qualsiasi attività umana. Professori universitari, saggisti, ricercatori, filosofi, scrittori, cineasti, think tank hanno concorso a delineare codesta nuova morale, pagati dai grandi miliardari del capitalismo industriale del secolo scorso (a partire dalla dottrina Law and Economics elaborata dalla Scuola di Chicago intorno al 1960). La loro produzione concettuale ha minato alla base qualsiasi potenziale critica all’esproprio operato dal capitalismo della sorveglianza, perché ha svuotato di senso il riferimento ad un’etica solidaristica e mutualistica, in cui la cooperazione prevale sulla competizione, il bene comune è cosa diversa dalla somma dei profitti dei singoli, lo Stato agisce per ridistribuire le ricchezze e garantire il rispetto delle regole di giustizia a tutela dei deboli. 

Nella logica del computo monetario delle entrate e delle uscite individuali sul breve periodo, appropriarsi del surplus comportamentale di miliardi di persone, per quanto iniquo e ingiusto per i nostalgici di idealità ormai al tramonto, risulta quanto meno neutro, se non addirittura conveniente per chi subisce l’azione di prelievo dei dati più o meno consapevolmente autorizzata. 

È come «l’inquinamento ottimale» di una ciminiera che emette fumi tossici: fino a quando il risarcimento dei danni provocati è inferiore al costo di mantenimento, lo spegnimento dell’impianto è svantaggioso (a prescindere dai bambini morti per tumore, i campi inquinati da diossina, la devastazione paesaggistica…). Finché la cattura più o meno fraudolenta di informazioni riservate su di me è priva, per me, di conseguenze pratiche immediate di un qualche rilievo e, anzi, comporta, per me, alcuni benefici (innegabili) legati al risparmio di tempo, all’interattività multipla della comunicazione, alla semplificazione delle procedure, alla praticità dell’utilizzo, sarò propenso a ritenere di gran lunga prevalenti questi aspetti sulla semplice «scocciatura» legata alla gestione di pubblicità indesiderate, all’incameramento di informazioni riservate su di me da parte di qualcuno in luoghi misteriosi. 

Perché, in fondo, si tratta di un costo risibile.
Perché io non ho niente da nascondere. Perché i guadagni miliardari di chi mi sorveglia sono il premio meritato per una brillante idea imprenditoriale. Perché la parola libertà mi suona vuota senza il cartellino del prezzo attaccato. Perché materialmente non devo sborsare nulla…
 

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10. Minus habentes 

Anche se, ufficialmente, lo scopo dichiarato di ogni novità tecnologica o applicativa introdotta dai capitalisti della sorveglianza è sempre il «bene» dell’individuo e/o della collettività nel suo complesso, in verità, siffatte dichiarazioni d’intenti servono solo a mascherare la finalità di profitto, a giustificare cioè la sottrazione di qualcosa che è nostro a beneficio di qualcun altro. 

Ad «avere meno», in buon sostanza. 

Meno autonomia, meno intimità, meno futuro, meno conoscenza. 

In ragione di queste enormi sottrazioni, è da escludersi che una qualche forma di progresso scaturisca dall’implementazione di questi processi di mera accumulazione capitalistica: è tautologico chiedersi, cioè, se le tecnologie poste a servizio dei meccanismi di esproprio dei dati non abbiano, anche, una ricaduta positiva nelle nostre vite, tale da giustificare, addirittura, l’esproprio stesso, per quanto subdolo e fraudolento. 

Benefici eventuali, infatti, sono e saranno sempre marginali, regalie elargite secondo gli schemi dei meccanismi di rinforzo comportamentisti, briciole cadute dalla tavola dove pochi ricchi commensali banchettano con quanto siamo stati indotti a farci portare via. 

E anche se la menzogna imperante della «civiltà dell’apparire» innalza i capitalisti della sorveglianza a benefattori dell’umanità, ad alfieri di un progresso tecnologico inarrestabile, a custodi privilegiati di un sapere prezioso di cui tutti, in qualche modo, beneficiamo, noi continuiamo ad «avere meno». 

La narrazione dominante, invece,   li promuove, li assolve dalle critiche malevole dei «luddisti» post-litteram, li benedice come portatori di luce in un mondo di tenebra, li spinge ad andare sempre più avanti sulla loro strada. 

A giungere al dominio sulla natura umana nella sua interezza, sottraendole volontà e sentimenti, imponendole griglie emozionali elaborate sperimentalmente attraverso meccanismi di affective computing,  laddove l’umanizzazione della macchina (apparente brillante filone di ricerca e innovazione) ha il solo scopo di portare alla «macchinizzazione dell’umano».

E, lì, il nostro «avere meno», oltre a significare la fine dell’idea stessa di democrazia,
equivarrà anche ad un «essere meno».

In tutto.

A partire, come è ovvio, dalla capacità di scelta, senza la quale saremo sgravati
da una preoccupazione…inutile e stancante.

Finendo, addirittura, con il dover ringraziare per aver ricevuto l’inaspettato regalo.

Da veri «minus habentes».

Il narratore minorante

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