Lavoro e società

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Secondo affermazioni classiste di epoca previttoriana, l’uomo è un animale pigro, capace di lavorare solo sotto la costrizione di una volontà padronale che sproni e diriga la sua energia verso attività socialmente utili, ma tale giudizio, pur esprimendo un’elitaria misantropia, ‪contiene una verità biologica: l’uomo per principio naturale è pigro, in quanto tende a risparmiare le proprie energie per impiegarle in situazioni di pericolo o di conquista, oppure in azioni di scoperta e di inventiva creativa, e non in attività ripetitive, faticose e poco appaganti.

Secondo un’altra visione invece, di stampo umanista, in ogni uomo vi è un’innata aspirazione all’autorealizzazione che passa attraverso il lavoro – lavoro inteso come forza fisica, mentale e spirituale, in concordanza con le condizioni sociali che possano favorire o ostacolare tale realizzazione.

Secondo Aristotele, dalla possibilità di poter “fare bene la propria opera” dipende la felicità dell’individuo, per cui una società virtuosa dovrebbe creare le condizioni per far esprimere al meglio il potenziale individuale. Forse Aristotele ha voluto minimizzare il fatto che il potenziale umano non è solo creativo e collaborativo, in quanto in esso c’è innata anche la modalità di sfruttare e di parassitare sul lavoro altrui.

Il ruolo del lavoro e il suo valore cambiano con la trasformazione della società, ma considerando il potere come ordinatore sociale – sia il potere economico che quello politico-istituzionale, vediamo come ogni società assuma immancabilmente la configurazione di una gerarchia piramidale, dove la punta della struttura richiede il sacrificio di tutti i piani sottostanti: una catena alimentare spietata e incontrovertibile che attraversa tutta la storia della civiltà. Allo stesso tempo, se andiamo a sondare le cause psicologiche dell’aspirazione al potere, che è insita in ogni individuo, scopriremo che lo scopo intimo di chi desidera il potere è poter garantirsi il possesso di beni e servizi senza dover faticare ogni volta per la loro conquista, ossia che in esso agisce il meccanismo della perpetuazione del piacere, così come quello di avere la disponibilità di persone che possano soddisfare i suoi bisogni primari, il che rimanda al bisogno infantile di essere accuditi. In un certo senso il potere, sia come strumento sociale che come modus vivendi, implica la sindrome della mancata maturazione psicologica, che consiste nell’evadere fatica, responsabilità e preoccupazioni per la sopravvivenza attraverso una continua regressione all’edonismo infantile. L’aspirazione al potere coincide con il rigetto dell’idea del lavoro duro e faticoso, visto come una condanna, e spesso è favorita dalla coltivazione di capacità non comuni che permettono l’ascesa verso un tale affrancamento.

 


Da dove deriva la valutazione negativa del lavoro, ontologica e teologica, prima che etica e filosofica?

L’etimologia della parola è dal latino labor che significa fardello, pena, sofferenza, grande fatica, in derivazione dal verbo labare che significa “vacillare sotto un peso”.
In effetti, nella sua prima accezione “lavoro” era riferito allo sfruttamento degli animali da soma nell’attività agricola; ci vogliono secoli affinché il termine subisca un’ampliamento semantico ed acquisizioni più nobilitanti. Anche se la divisione del lavoro risale ancora alle società pre-urbane, saranno i padri della chiesa a ufficializzare la prima graduazione delle attività lavorative, facendo una chiara distinzione fra opus manuum e opus dei, cioè fra le artes mechanicae – considerate inferiori, e le scienze speculative, come le pratiche contemplative e la teologia, ritenute ad appannaggio dei ceti superiori. Ma questa scarsa considerazione per il lavoro manuale ha le sue profondi radici nello stesso mito della genesi umana, e più propriamente nel dogma del peccato originale: Adamo ed Eva, che inizialmente abitano l’Eden dove possono “mangiare a sazietà” i frutti dell’abbondanza e custodire il creato, per il loro tradimento verso il dio vengono condannati all’estromissione dal paradiso per affrontare con “dolore e sudore sulla fronte” le vicissitudini della vita.

In questa ambivalente prospettiva giudaico-cristiana, il lavoro viene visto sia come una condanna esistenziale che come un dovere verso il dio e il suo creato, ed è grazie al misticismo medievale di Meister Eckhart e Giovanni Taulero che il lavoro diventa unione fra vita activa e vita contemplativa, superando l’antinomia fra fatica e contemplazione: una rivalutazione etico-morale che prepara la successiva visione di Martin Lutero del lavoro come vocazione, come qualcosa di buono, segno della grazia divina, un’anticipazione dell’aldilà.

Nel sedicesimo secolo, ciò che prima era una visione in stato embrionale, in Giovanni Calvino trova la sua sistematica formulazione: il lavoro rimane una prova di fede e obbedienza verso il Padreterno, ma l’esercizio di un mestiere o di una professione non deve essere volto solo alla propria sopravvivenza, bensì deve rendersi utile anche al prossimo; i piaceri della carne e l’ostentazione del lusso vengono condannati come peccati, mentre la disoccupazione volontaria viene ritenuta intollerabile, un vero e proprio delitto contro dio e contro la società.

La ricchezza, conquistata lavorando onestamente, diventa simbolo della grazia divina e della dignità umana, ma anche una responsabilità etico-sociale, per cui coloro che sono in grado di dare un impiego ad altri e non lo fanno si rendono colpevoli. Anche se su piano socio-economico Calvino si oppone agli abusi di potere dei ricchi, la sua dottrina contribuisce inevitabilmente allo sviluppo dello spirito capitalista, secondo la tesi di Max Weber. E’ quello spirito che poi verrà prepotentemente radicato nel puritanesimo della società americana, il quale, nonostante sia una continuazione dell’etica puritana europea, elabora un sistema di valori fortemente identitari: il pragmatismo, il lavoro duro, la parsimonia e il profitto, caratteristiche che conducano inevitabilmente alla mancanza di immaginazione, all’aridità di pensiero e a una restrizione della visione del mondo, tali da non permettere di vedere oltre il proprio interesse.
Preme dover ammettere che la valorizzazione del lavoro, promossa in buona fede a partire dal misticismo cristiano medievale, nella società moderna determina una supervalorizzazione del profitto e del denaro quale suo corrispettivo, sostituendolo alla peculiarietà delle qualità personali come unico criterio di valore sociale, fino ad arrivare ai giorni di oggi, dove la categoria dei “filantropi super ricchi” viene celebrata come l’unica socialmente meritevole.

Nello Stato moderno, l’industrializzazione della produzione porta alla transizione da un economia famigliare e domestica a un’economia di mercato con la sempre maggiore diffusione del lavoro salariato. Le istanze di dare una disciplina giuridica al lavoro e ai nuovi assetti socio-economici fanno nascere le nuove teorie sociali che cercano di attribuire al lavoro subordinato, ossia al proletariato, lo statuto di una forza trainante e rivoluzionaria. I teorici del socialismo, fra cui Karl Marx, uniscono l’alta considerazione dello sviluppo tecno-industriale, simbolo della classe borghese, all’idea dell’emancipazione dal lavoro da parte dei lavoratori, che sarebbe avvenuta grazie allo stesso progresso tecnologico. Nella società borghese i modelli di educazione conservatori, sia religiosi che laici, che tendono alla conservazione della gerarchia sociale attribuendo alla borghesia delle virtù esclusive, convivono con l’intolleranza verso le disparità e le ingiustizie sociali, facendo emergere dal basso un’avanguardia che tende a scavalcare il lavoro salariato per collocarsi nelle sovrastrutture dell’impiego pubblico, la politica e la cultura. Nel Novecento nasce il concetto di lavoro come collaborazione fra le parti sociali.

Dopo la seconda guerra mondiale, data la mancanza fisiologica di mano d’opera utile alla ricostruzione delle economie europee, il lavoro viene elevato a principio fondante delle nuove Costituzioni, dove esso viene definito come il capitale originario delle nazioni. Sia le democrazie che i regimi comunisti stimolano la laboriosità attraverso la piena occupazione, combattendo l’ozio e premiando con onorificenze di Stato i lavoratori distintisi per operosità e perseveranza. Il sistema del welfare – sia sociale che aziendale, promuove l’eguaglianza e la giustizia sostanziali, e non solo formali, il che determina una notevole mobilità sociale, ma quest’ultima ha spesso come motivazione psicologica l’esortazione, fatta da genitori a figli, di studiare per non dover lavorare: un avvertimento che esprime il sincero sentimento popolare che teme il lavoro umile e oneroso, auspicando ai propri figli i lavori d’intelletto, che non sporcano le mani e non usurano il corpo.
Il principio politicamente corretto, secondo cui ogni lavoro ha la sua dignità, è formalmente rispettato nella gerarchia sociale, ma cela l’ipocrisia di chi non ha altro modo per nascondere il proprio autocompiacimento ad appartenere ai piani più alti. Oggi, anche se l’ascensore sociale è bloccato da decenni, ci troviamo in un sistema fortemente spronato all’istruzione che esige perfino il “long term learning” per migliorare le competenze delle persone già laureate. In realtà si cerca di dare occupazione a un numero sempre più alto di laureati, il che determina anche una maggiore concorrenza in tutti i settori del terziario. In questo modo il lavoro si trova in una situazione sempre più squilibrata fra l’incontrovertibile automatizzazione dei processi e il sempre più crescente numero di profili professionali, con un aumento dell’apparato burocratico.

Possiamo dire che nella concezione moderna del lavoro convivono fin da sempre tendenze incompatibili: da un lato, le teorie illuministe e il pensiero liberale avevano elevato il lavoro a principio astratto, per cui l’idea della ricchezza poteva essere dissociata da quella di fatica, ma allo stesso tempo il lavoro viene esaltato come garante dell’affermazione individuale e del progresso sociale.

Il progresso cancella la visione ciclica del tempo, dove fine e inizio coincidono per dare vita a un nuovo ciclo, così come cancella qualsiasi valore trascendentale, per proiettare il lavoro verso l’automatizzazione lineare che non ha bisogno di altri criteri al di fuori dell’efficienza. Questa razionalità meccanica si estende anche al tempo del riposo, che non viene più celebrato come qualcosa di sacro, ma soggetto alla stessa logica di efficienza, dove spesso vengono impiegati gli stessi mezzi tecnologici del lavoro. L’individuo moderno immedesima se stesso nella propria professione, e non nella cultura o in un valore intrinseco, perché la sua funzione è l’unico modo per attestare la propria importanza all’interno del sistema, al di fuori di cui egli si sentirebbe inutile. Ma come farà una tale profilazione antropologica a coesistere con la prospettiva di una società gestita dalle macchine e dall’intelligenza artificiale?

Attraverso il prisma della psicologia evolutiva, possiamo osservare come nel corso dei secoli il lavoro abbia assunto forme e connotati sempre più alienati e al contempo sempre più repressivi per chi lo esercita. Ancora agli albori delle civiltà urbane, quando i primi strumenti di lavoro e le innovazioni tecnologiche permettono l’emancipazione dell’uomo dalla natura, i ceti popolari vedono aumentare la pressione da parte dei governanti che chiedono una parte sempre più onerosa di beni prodotti dal lavoro per espandere il proprio potere e ricchezza personale. Per i ceti lavorativi, ciò che è stato una volontà spontanea di lavorare, trova le premesse per diventare una passiva attesa dei comandi dall’alto. L’uomo diventa pigro e svogliato nel momento in cui lo Stato inizia a usare strumenti repressivi per costringerlo alla prestazione e spesso allo sfruttamento gratuito della sua forza lavoro – attraverso la schiavitù, le angherie feudali, il prelievo forzato di beni e, alla fine, attraverso il salario del lavoro subordinato. Tutta l’energia dell’individuo, necessaria per la realizzazione delle sue migliori capacità e talenti, viene convogliata dalle istituzioni a favore di ristretti gruppi di potere. La repressione del sistema sociale diventa legittima forma di organizzazione attraverso le costruzioni ideologiche e il diritto, i quali cambiano forma durante le varie epoche, ma conservano la loro funzione sostanziale – quella della difesa delle grandi proprietà e capitali che dominano sulle risorse naturali e sulle energie vitali delle moltitudini.

In questo quadro, l’avvento dei robot e l’Intelligenza artificiale sarà un’inevitabile conseguenza indotta dal processo in cui l’uomo, programmato a sua volta a essere razionalmente semplificato e funzionale al sistema, cerca di ottimizzare l’efficienza del lavoro con l’aiuto di surrogati tecnologici. Il funzionamento algoritmico delle macchine intelligenti, creato dalla mente algoritmica dell’uomo, si sta già abbattendo come un boomerang sugli assetti sociali e inizia a determinare il destino degli uomini, valutando la loro adeguatezza e capacità in base a parametri impostati da programmi informatici.

Nell’attuale periodo, nella stessa logica viene inserito l’incremento dello “smart working”, giustificato dalle esigenze di sicurezza anti pandemica, con cui il sistema attesta la primarietà del mezzo tecnologico. Per il capitalismo non ha importanza se il portatore della forza lavoro sia biologico, meccanico o elettronico, perché esso è solo un mezzo per la realizzazione della merce o del servizio, così come nel passato non ci è stata alcuna differenza fra lo sfruttamento dell’uomo e quello dell’animale. Venendo da un passato in cui il lavoro era considerato alla stregua dell’animale da soma, oggi l’uomo si trova avviato sulla strada della fusione con la tecnologia, il che segna i due distopici e drammatici estremi della sua parabola trasformativa.

Zory Petzova

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Zory Petzova, studiosa dei paradossi sociali nella loro molteplicità e interferenza con la natura umana.

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