La malinconia e la cura permanente

Malinconia

L’avanzare dell’età e l’indisposizione del corpo portano allo stato di malinconia, perché fanno ridurre il desiderio e lo slancio vitale, il che crea la condizione dell’immersione in se stessi. E’ come se la forza vitale avesse bisogno del proprio opposto – la debolezza e la stanchezza, per rivolgersi a sé in un atto di riflessione. Per gli antichi la malinconia era parte dell’accettazione della transitorietà della vita, mentre la depressione che affligge la società moderna è espressione della sua insensatezza. Ma il senso della vita è nella consapevolezza della sua caducità, e non nella rimozione dell’idea della sua fine.

La psicologia contemporanea ha spesso voluto confondere la malinconia con la depressione clinica, ma benché fra le due ci sono delle somiglianze formali, esse sono radicalmente diverse nella loro origine. La depressione denota uno stato di bassa energia vitale dovuto all’apatia, alla mancanza di ogni passione e interesse per i vari aspetti della vita, abbinato a bassa autostima e sensi di colpa, mentre la malinconia, pur nella sua ridotta vitalità, implica un potenziale creativo che si apre al mondo, in uno stato di contemplazione delle sue avversità, dove la tristezza è segno di sensibilità e di presa di coscienza di fronte alle questioni fondamentali dell’esistenza.

Le massime “vivi qui e ora” e “cogli l’attimo” non hanno bisogno di essere ricordate mentre permaniamo nella pienezza dell’essere, quando siamo sufficienti a noi stessi e ignori degli aspetti problematici dell’esistenza, per cui, nel momento in cui vengono incitate a comando, esse nascondano la fuga dalla consapevolezza. La fuga attraverso la simulazione di vitalità, che è l’opposto della malinconia. La malinconia – forse conviene ribadirlo – non è l’assenza di vitalità, ma la sua sospensione, il suo assopimento, perché la nostra dualità necessita della frantumazione del tutto per creare una crepa, la mancanza di qualcosa in cui il nostro sentire possa insinuarsi attraverso il pensiero.

La dimostrazione di vitalità, tanto in voga in una società che aspira all’eterno giovanilismo, in realtà è indicatore della ‘cattiva’ elaborazione del suo fisiologico calo. E’ vero che psicologicamente noi tendiamo ad attribuire maggior valore a ciò che ci manca, ma non invano abbiamo a

disposizione un meccanismo compensatorio che è quello del pensiero riflesso. Il pensiero in tutte le sue forme – speculative e artistiche, è sempre un complemento di qualcosa di non vissuto fino in fondo, una sublimazione dell’impossibile che scaturisce dall’intima aspirazione alla totalità della vita, ma esso è anche stratificazione di esperienza, di maturazione, ossia quello che chiamiamo saggezza, o spiritualità. La gioia e l’estasi, come stati compiuti dell’essere, accadono in modo incosciente e non hanno bisogno della riflessione per conoscersi, né hanno bisogno di mostrarsi al giudizio altrui per avere un’approvazione. Nel momento in cui appare la riflessione, significa che il vivere immediato e spontaneo ha smesso di esistere per fare spazio al pensiero speculativo, mentre la dimostrazione, che costituisce sempre una forzatura, è segno dell’impossibilità di integrare entrambe le modalità per raggiungere il senso del compiuto.


Nel passato diversi pensatori e personalità di straordinario talento e capacità intellettive hanno cercato di sopprimere volutamente la propria vitalità per poterci speculare sopra, perché il vivere immediato ‘qui e ora’ accade come fenomeno, ma i pensatori cercano di arrivare all’essenza delle cose per estrapolarla dal flusso immemore del tempo, e non di vivere l’attimo, e benché la loro attività speculativa abbia creato delle opere durevoli nel tempo, immortalate nella memoria collettiva, in effetti rappresenta una sottrazione all’esperienza vitale. Il pensiero elaborato, offerto al lettore come frutto dell’attività riflessiva, rappresenta un erbario che può essere analizzato e studiato, ma non può trasmettere i processi vitali che l’hanno suscitato. Forse solo l’arte nelle sue varie forme ne può dare una rappresentazione fedele, in particolar modo quando il momento motivazionale emotivo coincide con quello creativo.

Più generalmente, l’evoluzione della società denota un incremento esponenziale del pensiero speculativo, e questo non dovrebbe sorprendere, in quanto fa parte dell’accelerazione algoritmica di quel motore ibrido, intrinseco all’essere umano, che trasforma la natura in cultura, di quel processo che attraverso la tecnologia (la téchne) trasforma l’integrità organica della vita in un prodotto derivato – materiale o immateriale che sia – alcune volte di valore aggiunto, ma più delle volte deleterio, sterile e mortificante.

Nell’attuale paradigma, caratterizzato dall’imposizione di misure sanitarie e forti limitazioni alla libertà, vediamo questo processo ancora più accelerato. Siamo messi sotto la costante supervisione della medicina, ma questo non può che determinare il permanente stato di un semi-vivere, nello stesso modo in cui accade agli animali dello zoo, costretti in un limbo fra la repressione e la vita, che non rispecchia la loro vera natura. Similmente, la gestione regolamentata dei processi vitali, attraverso la somministrazione di medicinali e il monitoraggio preventivo, annulla la forza dell’autenticità per stabilire un equilibrio artificiale che si presenta come la norma, come un valore medio-statistico da perseguire. Le tabelle e i test dei valori giusti della nostra salute, prontamente corredati di rimedi farmacologici o/e misure restrittive, sono utili per ‘normalizzare’ l’esistenza umana abbassando la sua vitalità fin dall’infanzia. Perché solo in questo modo il singolo può essere inserito come unità produttiva e di consumo nel sistema economico, dove in sintonia con la crisi permanente del sistema egli deve farsi portatore di un permanente stato di precarietà, costretto a un semi-volere, un semi-desiderio, un semi-pensiero, una semi-esistenza.

L’autentica energia vitale, che fondamentalmente è quella della libido, non è gradita ai sistemi di gestione sociale, perché la vitalità, nel momento della sua arrendevolezza naturale, viene sublimata in una maggiore qualità della riflessione, conferisce forza al pensiero. Ma nel post moderno siamo testimoni, nonché promotori, di un’inversione di tendenza, in cui il pensiero viene prodotto senza le premesse di un autentico fondamento esperienziale, bensì come il costrutto di un’iperattività cerebrale, ossessiva e ripiegata su se stessa, che prescinde dal vero vivere. Mai come ora il pensare, la facoltà umana per antonomasia, porta alla mortificazione della vita, che parte e si propaga dalla sovrastruttura culturale, dove simboli, arte, teorie scientifiche e linguaggi sono tutti trasversalmente dominati dalla informatica. La comunicazione digitale e virtuale, creata dai sistemi informatici, non solo implica l’uso del pensiero elaborato e la simulazione dei processi reali, ma nel suo uso di mass media tende persino a sostituire la realtà sensibile con qualcosa di totalmente nuovo, facendo rappresentazione di eventi e di accadimenti che non sarebbero mai esistiti se non per essere virtualmente dimostrati.

Alla repressione dei mezzi informatico-tecnologici viene aggiunta la repressione neuro-farmacologica, la quale fin oggi traeva la propria

legittimazione dalla cura posticipata dei sintomi della malattia, mentre oggi si arreca la missione di rimuovere in anticipo ogni pericolo di malattia attraverso trattamenti estremamente invasivi presentati come prevenzione. La motivazione di tutto ciò non è solo il profitto, ma l’abbattimento di ogni residuo di forze di resistenza e di autonomia di consapevolezza nell’individuo. In una prospettiva in cui gli automi e i robot andranno a sostituire la manodopera umana, gli individui dovranno essere omologati a un modello normativo non più pericoloso per le posizioni dominanti delle élite. Dovranno essere convinti di essere sotto la costante minaccia di virus ed epidemie per essere controllati come una biomassa obbediente, soggetta a continui imposizioni e trattamenti.

In questo nuovo contesto sociale, la riduzione dello slancio vitale non sarà più espressione della maturità della vita, e nemmeno una fase ciclica della sua dialettica, ma un effetto puramente tecno-farmacologico, che non avrà alcuna relazione con l’esperienza sensibile. Per cui il nuovo essere umano, anche se un giorno cercherà di rivolgersi verso se stesso, non troverà l’essenza stratificata del proprio vissuto, ma un insieme di modelli standard e di riflessi indotti dal sistema virtuale, fatti per uso indifferenziato, per connettere gli individui uni con altri in un continuum lineare privo di soluzione, privo della singolarità. La prospettiva di un mondo monodimensionale senza la malinconia è già radicata nel presente, ma con la malinconia spariranno tutti gli stati d’animo che riflettano il cosmo-natura nel suo eterno movimento. Attraverso il culto dominante della scienza bio-tecnologica, a cui l’individuo obbedisce per conquistare una sicurezza psicologica, egli entrerà inconsapevolmente nella pseudo sicurezza di uno stato di cura permanente.

Zory Petzova

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Zory Petzova, studiosa dei paradossi sociali nella loro molteplicità e interferenza con la natura umana.

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