Krishnamurti e la liberazione dal pensiero

Krishnamurti

In gioventù, nella mia spasmodica ricerca della dimensione spirituale – prima di incontrare Massimo Scaligero – ho conosciuto e frequentato Jiddu Krishnamurti.

Ho avuto modo di leggerne i testi e di ascoltarne le conferenze quando veniva a Roma.

Personalità magnetica, affascinante, in particolare per un diciassettenne innamorato perdutamente dell’India, ma…

Notai subito che si era formato intorno a lui un “cerchio magico” impenetrabile.
Strano – mi dissi – perché sembrava proprio che il suo messaggio di liberazione “io non sono il vostro maestro, il vostro guru” o “bisogna liberarsi dell’intero passato” invece di stimolare nelle persone che lo circondavano una libertà ed una indipendenza interiori produceva paradossalmente proprio quello contro cui si scagliava: la dipendenza.

Poi, un giorno, nel corso di una sua conferenza dove aveva affermato che la mente deve smettere di essere schiava del pensiero, che deve liberarsi dal pensiero, mi alzai e gli feci una domanda che suonava più o meno così: “ma se devo liberarmi dal pensiero come posso farlo se non grazie al pensiero stesso che solo mi consente di comprendere quello che tu dici e che poi devo attivare per agire? Non è questo un ossimoro, una contradictio in adiecto?”

Mi accorsi allora che alcuni suoi discepoli – quelli del cerchio magico, appunto – iniziarono a mormorare qualcosa e – mentre il “guru” stava rispondendo, senza rispondere, al mio quesito – qualcuno disse ad alta voce che la mia era una domanda provocatoria e che ero un infiltrato della CIA o qualcosa del genere. Era la fine degli anni ’60, o forse il 1970, dunque anni di scontri politici incandescenti in cui nei circoli di sinistra la CIA veniva evocata, a torto o a ragione, ad ogni piè sospinto.

Rimasi piuttosto sconcertato sia dalla singolare reazione dei suoi adepti che, sopratutto, dalla sua risposta insoddisfacente, mi alzai e me ne andai.

Quella fu l’ultima volta che vidi Krishnamurti.

Dopo pochi mesi incontrai Massimo Scaligero e, grazie a lui, compresi che la mia domanda era perfettamente fondata e che se Krishnamurti non aveva saputo rispondere era perché non poteva risolvere quell’enigma: come eliminare il pensiero grazie al pensiero stesso.

Ma la storia ha un seguito.

L’anno successivo, all’Università, mi iscrissi ai corsi di Filosofia dell’India e dell’Estremo Oriente.
Il titolare di cattedra era Corrado Pensa, un ottimo professore, di grande conoscenza e capacità.

Pensa aveva seguito Massimo Scaligero ma si era da lui allontanato, conservando però nell’anima qualcosa che non ho mai ben capito appieno, quasi una forma di astio o di ribellione.
Così, sapendo dei miei trascorsi con Krishnamurti e con Scaligero mi assegnava invariabilmente per gli esami un “fuori programma” di testi di Krishnamurti da studiare; sapeva benissimo che dopo le vicende sopra esposte era un autore che non digerivo.

Me lo faceva per dispetto, ma in fondo fu una ottima scuola perché mi costrinse ad immergermi anche in testi i cui contenuti condividevo solo in minima parte.

Così fui costretto a studiarne parecchi testi e preparare anche delle tesine su di lui.

Il tutto sotto lo sguardo sornione e ironico di Massimo…

In estrema sintesi potremmo affermare che la differenza tra la via proposta da Jiddu Krishnamurti e quella di Massimo Scaligero sta in una semplice preposizione; mentre per Krishnamurti la via è quella della liberazione dal pensiero, per Scaligero è quella della liberazione del pensiero.

Piero Cammerinesi

* * *

Il pensiero non sarà mai creativo, perché e sempre condizionato e quindi non sarà mai libero. Solo quell’energia che non è un prodotto del pensiero è creativa.

Jiddu Krishnamurti

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