“In uno dei tuoi regni di quiete”. Sia lode a Battiato

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Quando esce Mondi lontanissimi, l’album che raccoglie I treni di Tozeur – ma anche L’animale e Il re del mondo –, nel 1985, Battiato fonda la sua casa editrice, “L’Ottava”. 

Le attività durano dieci anni: Battiato pubblica alcuni libri di Gurdjeff e dei suoi allievi – il più attivo, al fianco di Battiato, fu Henri Thomasson –, Il segreto dei segreti di al-Gilani, sommo maestro sufi, alcuni memorabili romanzi di Natsume Sōseki, Anima Guanciale d’erba. I libri erano distribuiti da Longanesi. “L’Ottava” avvia anche una piccola avventura discografica: nel 1988 vengono editi i dischi di Saro Cosentino, di Giusto Pio, di Juri Camisasca, di Giuni Russo. Tutti artisti che ruotano intorno a Battiato, che arrangiano o scrivono i suoi pezzi. Battiato costruisce cioè un cenacolo, uno spazio in cui ci si sfama a vicenda. Un altro mondo, un altro modo di stare al mondo. Nomadi, uno dei pezzi più belli in assoluto, è scritto da Camisasca, raccolto in Fisiognomica (1988), è una sorta di viatico al risveglio (“Come uno straniero/ Non sento legami di sentimento/ E me ne andrò/ Dalle città/ Nell’attesa del risveglio”). Eppure, una canzone è una canzone, il pop non svasa in mistica, un disco non è la partecipazione a un rito. Battiato, eventualmente, accenna – è siciliano… –, suggerisce, mitraglia suggestioni, va. Lavora con le ombre create dal fuoco.

La ‘svolta’ di Battiato dall’ardore sperimentale alla misura popolare inizia con due dischi, quarant’anni fa, L’era del cinghiale bianco (1979) e Patriots (1980). Uno dei brani più belli di quest’ultimo album, Prospettiva Nevski, è stato fatto a pezzi in un folgorante articolo di Tommaso Labranca, raccolto in Chaltron Hescon. Fenomenologia del cialtronismo contemporaneo (Einaudi, 1998). Il pezzo va letto per quel che è: miliare, militare, sagace, intriso di nero cinismo e di cartesiana ferocia. Franco Battiato è al tempo stesso cialtrone e non-cialtrone e forse è in questo la sua grandezza”, attacca Labranca, per poi demolire Prospettiva Nevski (scritto così, senza la ‘j’ finale, a garanzia del gioco, dell’acrobazia dada), un nevaio di cretinate e di strafalcioni assemblati senza senso.

“Evidentemente la canzone è stata scritta da Franco Battiato in uno di quei pomeriggi di calura e mollezze sicule che non sto a descrivere perché, non avendoli vissuti, rischierei di fare le sue stesse figuracce, ma per i quali rimando ad alcune scene di film-commedia ambientati nell’isola. Però una cosa è il clima siculo, altra cosa la rigidità sovietica descritta dallo stesso Battiato all’inizio della canzone. Sui gradini della chiesa, a trenta gradi sotto zero, ci saranno dei ghiaccioli…”.

Tutte le inesattezze radiosamente allineate da Labranca, “la grazia innaturale di Nijinsky”, Igor Stravinsky, “un film di Ejzenstejn sulla rivoluzione”, “gli orinali messi sotto i letti per la notte”, i Balletti Russi, le “vecchie coi rosari”, le guardie rosse e i lupi, rispondono all’esigenza di Battiato. 

“Stornello popolaresco nascosto sotto uno strato di guano culturale”, dice Labranca; celebrazione analitica del nonsense, direbbe Battiato, dove le parole galleggiano nella loro aurea inutilità. Cosa significa che “il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare/ L’alba dentro l’imbrunire”, se non che il mondo è la stalla del caos, l’uomo il suo cibo, e l’artista sta lì, conficcato nella notte, in veglia?


Tra le molte vite di Battiato – uno tanto serio da prendersi in giro, consapevole che un disco non è il rotolo di Giobbe –, tutte anomale, preferisco quella di Come un cammello in una grondaia (1991). Più che Povera patria, amo L’ombra della luce (“Riportami nelle zone più alte/ In uno dei tuoi regni di quiete/ È tempo di lasciare questo ciclo di vite”): la voce crea una specie di basilica, un casco sonoro, da cui è grave fuggire, si è come ipnotizzati in una malia – pensi, perfino, che questo è il rango della bontà, il regno dei risorti. Chi usa l’uncinetto e parla di ‘coerenza’, non sa che il bello è abbeverarsi alla contraddizione, abolire la rettitudine degli ignavi. Raro trovare un uomo così popolare e così fermo; a volte Battiato usava una parola per il solo gusto di vedere come agiva nello sguardo dell’interlocutore, perché le parole sono linci, pitoni, graffiano.

Nel cenacolo di Battiato sono passati in tanti: qualcuno se ne nutrì, altri restano sulla soglia. Non è detto che un pasto vada consumato; alcuni divorano con le mani, altri hanno troppi denti. Sempre un artista si domanda come la sua opera possa piantarsi nella vita, e a che parallelo è l’ombra, l’astro dello smarrimento.

Di lui Gesualdo Bufalino ha scritto,

“L’attesa d’un prodigio, o, se si vuole, il risveglio dopo il prodigio. Quasi che, tanto nel giro degli astri quanto nel battito dei nostri cuori, avvenisse o fosse or ora avvenuto o dovesse fra un istante avvenire un arresto numinoso del tempo. Qui a me pare stia il segreto di Battiato: nell’aver risolto in termini di umana letizia il commercio quotidiano col sacro: come di chi senta dentro di sé quietamente convivere immanenza e trascendenza e indugi sulla soglia del tempo con pacificato spavento, sentendosi alle labbra salire una puerile preghiera”.

Con Manlio Sgalambro lavorò a lungo, in più dischi. In Shakleton – scritto proprio così, al posto di “Shackleton”, come se la K fosse una Sfinge –, raccolta nell’album Gommalacca, si rievoca, per folgori, la drammatica Spedizione Endurance, in Antartide.

“Vigilo, nel sonno vigilo./ Sentinella, che vedi?”, gracchia Sgalambro. “L’anima mia è rivolta al Potente/ più che la sentinella all’alba”, dice il Salmo 130, “Cosa resta della notte, sentinella?”,

dice Isaia, che della tenebra è cannibale. Si veglia nel sonno e si vigila il sogno? Antartide è il rovescio del Nord, il ghiaccio che azzanna la profezia funesta, la preghiera a contrario, il bianco che per eccesso d’intensità pare nero.

Nel turbine degli opposti giace Battiato, in piedi, sulle acque.

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