Il tennista e il falco, una storia moderna

Novak Djokovic Should Appeal If Immigration Minister Alex Hawke Chooses

È facile ravvisare nella storia trascorsa gli avvenimenti, le situazioni, i cambiamenti improvvisi che hanno rappresentato le avvisaglie di un cambio di paradigma, di un cambio di passo del processo storico.

Non è lo stesso, evidentemente, per chi viva il momento storico in cui questo – per quanto brusco – cambio di passo inizia a manifestarsi.

Migliaia di Marie e Jean la mattina del 14 Luglio del 1789 non avevano certamente idea che, correndo verso la Bastiglia, avrebbero cambiato la storia.

Né i milioni di persone che hanno visto – meglio sarebbe dire subìto – guerre, rivoluzioni, tirannie nel corso dei secoli ne potevano avere contezza, sia per la generale estraneità del singolo ai disegni del potere, sia per la mancanza generalizzata della capacità di intuire i sintomi storici, di intravvedere la Big Picture.

Tuttavia non sempre è cosi.
Soprattutto se – per un particolare dono del destino – si viene avvertiti delle possibili svolte della storia da quelle rare persone che hanno capacità di anticipare gli eventi.

Allora sta a noi riconoscere negli eventi quelle anticipazioni.

La battaglia della conoscenza si svolge nell’oggi, non nel ieri, dove la cronaca è diventata storia, ormai cristallizzata nell’interpretazione più o meno veridica di chi l’ha bloccata come in un fermo-immagine.


Tutto questo era un ‘cappello’  per anticipare alcune considerazioni su un avvenimento, apparentemente trascurabile, ma a mio avviso di grande rilevanza per riconoscere, nel senso sopra indicato, negli eventi delle anticipazioni – chiamatele profezie se preferite – che ci sono state fornite.

Il caso è noto: al tennista Novak Djokovic è stato negato la scorsa settimana l’ingresso in Australia, pur avendo egli ricevuto da Tennis Australia un’esenzione medica per la vaccinazione contro il Covid. All’arrivo, i funzionari di frontiera avevano dichiarato che la sua esenzione non era sufficiente per lasciarlo entrare, e gli avevano revocato il visto. Djokovic aveva subito fatto appello alla decisione ed il tribunale gli aveva dato ragione, consentendogli di rimanere nel Paese e di allenarsi per gli Australian Open. 

Ma ieri il colpo di scena; il visto gli viene annullato per la seconda volta.

Per quale motivo, dato che i suoi documenti sono a posto ed erano stati pre-approvati?

Ecco, qui ci troviamo – secondo me – di fronte ad un punto davvero significativo. 

Certo non sto parlando di un evento storico di prima grandezza – in fondo si tratta solo di un tennista, per quanto pluricampione mondiale, cui viene fatto un sopruso (e quanti omuncoli si sfregheranno le mani esclamando con la bava alla bocca “giusto, la legge deve valere per tutti”)  – eppure c’è qualcosa di molto istruttivo da trarne.

Nella fattispecie dalle motivazioni che sono state addotte per revocargli per la seconda volta il visto, vale a dire che anche se l’esenzione medica del tennista per la vaccinazione è valida – e con ciò viene di fatto ammessa la pretestuosità ed illegalità del primo annullamento del visto – le opinioni di Djokovic sono troppo pericolose per lasciarlo rimanere nel Paese.

La maschera della legalità cade: tutto nero su bianco nelle motivazioni.

Interessante notare, a margine, le allusioni dei nomi dei protagonisti; Il nome del tennista è Novak che richiama decisamente novax mentre quello del suo nemico giurato è Hawke, e in inglese hawk significa falco.

Dunque questo Alex Hawke, ministro per l’immigrazione, ignorando il verdetto della corte, ha personalmente cancellato il visto di Djokovic ma – attenzione – non perché il tennista possa costituire un pericolo di infezione bensì perché

“Djokovic viene percepito da alcuni come un talismano di una comunità con opinioni anti-vaccino”.

E, visto che Djokovic è

“una personalità influente e di status elevato”…considerando … la condotta del signor Djokovic…, le sue opinioni pubblicamente dichiarate, così come il suo status di non vaccinato, ritengo che la sua presenza in Australia possa incoraggiare altre persone a non rispettare [le regole] o ad agire in modo non coerente con i consigli e le politiche di salute pubblica in Australia”.

Vi risparmio le altre motivazioni della decisione di Hawke.

Quello che mi interessa sottolineare in questa sede, indipendentemente dal risultato finale, dato che i legali del tennista hanno nuovamente fatto opposizione e dovremmo avere una sentenza definitiva domenica sera, è il senso di questa motivazione.

Non sentite suonare un campanello di allarme?

Stiamo subendo da anni, in misura sempre crescente, la censura sugli scritti e sulle paroleJulian Assange la sta scontando sulla sua pelle – ora la stiamo vedendo anche sui pensieri.
Djokovic si era impegnato a non fare esternazioni ma già il fatto di pensare in un certo modo – e di essere identificato da altri per quei pensieri – è motivazione sufficiente a censurarne la stessa esistenza.

Questo è un salto di paradigma enorme.

Vi ricordate il film Minority Report? La psico-polizia che arrestava le persone prima che compissero un crimine, ma solo perché l’avevano pensato?

Ecco, credevamo fosse fantascienza, invece si tratta di realtà ormai in atto.

Parlavo all’inizio – film a parte – di avvertimenti, di profezie.

Una che mi sembra perfettamente calzante in questo caso è quella espressa da Rudolf Steiner oltre un secolo fa che dice: 

Non sarà trascorso molto tempo da che sul calendario sarà passato l’anno 2000, che si manifesterà – a partire dall’America – un divieto, non diretto, ma comunque un divieto di ogni tipo di pensare, una legge che avrà lo scopo di soffocare ogni pensiero individuale. (O.O.167).

Ora, però, sta a noi non accettare qualcosa del genere, non girarci dall’altra parte, non pensare che non possiamo farci nulla.
Perché noi possiamo agire, sempre.
Magari non con le azioni, ma con la conoscenza, con il pensiero sì.

Quel pensiero che viene negato dal ministro australiano.

Ancora Rudolf Steiner nel lontano 1917:

Non c’è altro rimedio contro certe cose se non la conoscenza di esse. Se ne siete a conoscenza, siete già protetti. Se le si conosce in modo tale che questa conoscenza sia una vera certezza, una vera sicurezza, allora si è già protetti. Ma non bisogna prendersela troppo comoda nell’acquisire davvero la conoscenza di certe cose. (O.O.178)

La palla è nel nostro campo dunque; sta a noi smascherare le implicazioni di questo avvenimento, apparentemente trascurabile.

Anche se pensiamo di essere impotenti osservatori. 

Non lo siamo; i nostri pensieri sono una forza attiva che va messa in moto.

Se non ora, quando?
Se non noi, chi?

Piero Cammerinesi


L’EPILOGO PREVEDIBILE

Apprendo ora – 16 Gennaio –  che, come volevasi dimostrare, ha vinto ancora una volta la ‘cultura’ della censura e dell’autoritarismo e Djokovic, avendo perso il secondo appello, verrà espulso dal Paese.
Tra l’altro, degno di nota il fatto che la decisione della corte federale di approvare la scelta del ministro dell’immigrazione di revocare il visto di Djokovic sia stata unanime; questo la dice lunga sul sentiment attuale regnante in Australia.

Il giudice capo, James Allsop, ha sostenuto pilatescamente che non era stato richiesto alla corte di entrare nel merito della decisione del ministro, ma di esaminare la legalità di quella decisione.

“Non fa parte della funzione della corte decidere sul merito o sulla saggezza della decisione”.

La distanza tra giustizia e legge a volte è incolmabile.

Stephen Lloyd,  l’avvocato del governo ha aggiunto:

“A torto o a ragione [Djokovic] è percepito come sostenitore di una visione anti-vaccinazione. E la sua presenza qui sembra contribuire a questo e potrebbe portare più persone a diventare anti-vaccinazione”

Così (in)giustizia è fatta.

P.C.

 

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