Il Decreto vien di notte, con le norme galeotte

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Pubblicato nottetempo in Gazzetta Ufficiale l’ennesimo decreto legge liberticida per fronteggiare un’emergenza fuorilegge: è l’ennesima esplosione di surrealtà logica e giuridica fabbricata per noi, senza tregua, nel premiato laboratorio dell’autocrazia.

Al di là dell’abuso conclamato, ormai canonico, della decretazione d’urgenza abbinata al voto di fiducia – meccanismo eversivo con cui l’esecutivo uno e trino sta imponendo ai sudditi ogni sorta di aberrazione senza alcun filtro parlamentare – è invalsa nell’uso un’altra pratica tanto assurda quanto, evidentemente, proficua: la diffusione di bozze che anticipano testi normativi fantasiosi e futuribili. Così che tutti – pennivendoli, fruttivendoli, blogger, pensatori e passeggiatrici – si possano avventare sulla bozza (tempestivamente tradotta in specchietti colorati, a beneficio degli analfabeti) come cani intorno all’osso, commentarla ciascuno nella propria lingua madre, sì da offrire spunti veraci, come si suol dire “dal basso”, al prolifico demiurgo statale: quello che ci vuole un bene dell’anima e che si affanna giorno e notte nelle stanze dei bottoni per la nostra salute e la nostra prosperità.

Il brainstorming diffuso va avanti fino a che, a un certo punto, tastati i polsi e captati gli umori, tac, il nuovo pacco arriva via Gazzetta Ufficiale. Sempre di notte. E, sempre, avendo aggiustato il tiro rispetto alla bozza esplorativa.

In sostanza, il popolo, da sovrano quale sta scritto dovrebbe essere, diventa consulente stabile e gratuito del tiranno in fase legislativa. Consulente contra se, si intende, ché gli spunti che elargisce servono al tiranno a infierire meglio, e di più.

La procedura innovativa di fabbricazione delle norme prevede anche il simpatico effetto collaterale del sovraffollamento di decreti in coda per la (finta) conversione: essi infatti nel frattempo si accavallano, si arruffano, litigano in una babele di disposizioni – espresse, implicite, rinviate, richiamate – che investono la medesima materia del contendere. Tutto sotto il segno dell’incertezza del diritto, altro principio guida fondamentale dell’ordinamento invertito.

Sono tante le belle trovate sfacciatamente incostituzionali del regime diversamente democratico che plasma le nostre vite e ne decide le sorti: acrobazie mai viste prima, miserabili, sadiche e a loro modo geniali, perfettamente inscritte nel nuovo libro liturgico (ai riti non si rinunzia) del manicomio a cielo aperto che porta il nome ITALIA come ragione sociale, batte moneta aliena e sventola abusivamente bandiera tricolore. La stessa, magica, terra, i cui siti più incantevoli sono già offerti in saldo stagionale ai magnati filantropi produttori e promotori di veleni. Ciò che si dice, un circolo virtuoso.


Ma, più di ogni altro sopruso in atto, a svelare il volto perverso dello strapotere al potere è la violenza con la quale il manipolo di pupazzi deformi, dotati di scettro finto e di manganelli veri, si avventa sui bambini e sui ragazzi, manifestando il senso di un programma che va ben oltre la criminalità. O meglio, opera su di un piano altro, impermeabile alle categorie del diritto plasmate ad uso umano nel tempo ormai lontano della civiltà: quelle categorie destinate cioè, per loro natura, a creature fatte di carne e di sangue, di spirito e di ragione, vocate alla vita, alla convivenza sociale e all’edificazione personale e collettiva. La logica intrinseca, la ragionevolezza che per definizione innerva le maglie della Legge non appartiene più alle leggi divenute grida demenziali e disarticolate, vomitate a fiotti nel circo dei bravi, dei nani e delle ballerine.

Vogliono prenderseli tutti, i nostri figli, e sfilare loro la vita dalle mani, per sostituirla, in cambio di un marchio a scadenza, con una sua imitazione, più che sbiadita, oscenamente snaturata. Vogliono espugnare di questi figli l’anima e il corpo e farne automi invertebrati che si muovono in banchi, pilotabili a distanza con le leve di un telecomando truccato. Cavie, prede, giocattolini da testare, manipolare, smontare, programmare, aggiornare, hackerare, alla fine da rompere e buttare via, nell’orgia tecnologica che punta a travolgere ogni residuo di umanità per venerare solo l’artifizio e la morte.

Nessuno, insomma, deve sfuggire alla morsa della follia scandita giorno dopo giorno a suon di sproloqui d’urgenza, emessi sempre col favore del buio e anche nei giorni delle feste più belle. Soprattutto nei giorni delle feste più belle: alla vigilia del Natale, dell’Anno Nuovo, dell’Epifania di Gesù bambino. Un compiacimento blasfemo accompagna le sortite degli orchi – mai sottovalutare i simboli e il loro uso beffardo.

Gli orchi in outfit formale alternano forza bruta e ricatti infami per guadagnarsi la condiscendenza delle vittime; ottengono dalle vittime un’obbedienza artificiale e in buona parte inconsapevole che, come effetto avverso diffuso, genera malattia, alienazione, lacerazione e dolore. Tanto dolore. Negli individui, nelle famiglie, nelle comunità di intenti e di valori.

Retate periodiche assicurano al vivaio nuovi rifornimenti di carne fresca. Da tempo funziona, a mo’ di basso continuo, l’intimidazione psicologica, indefessa e incombente. È dall’inizio dell’anno che nelle scuole di ogni ordine e grado si promuove la separazione tra i buoni e i cattivi – civili e incivili – secondo il criterio unico sanitario che ha soppiantato tutti gli altri, con buona pace delle norme europee sulla riservatezza dei dati personali con cui ci hanno fatto per anni una testa così. E con buona pace, anche, dei ritornelli beoti sull’inclusione e sull’accoglienza, e dei giochi di prestigio sul bello dell’uguaglianza in alternanza al bello delle diversità.

L’apartheid è sdoganata, anzi incentivata, dalla pletora di protocolli ministeriali che delle fonti pregresse, sopraordinate, possono farsi un baffo, prevedendo impunemente discipline differenziate per gli scolari marchiati (da premiare) e quelli non marchiati (da punire). I presupposti su cui si fonda la disparità di trattamento tra i due gruppi sono del tutto pretestuosi, arbitrari, ridicoli: l’obiettivo è semplicemente quello di esporre i reietti alla gogna, al fine di scavarne sempre più a fondo la segregazione. Proprio come si conviene a un ambiente che si dice educativo, avvezzo a celebrare compulsivamente giornate delle memorie, per non dimenticare.

Ma al Moloch famelico il bottino non basta mai. Vuole rastrellare i superstiti disobbedienti e così colpisce i trasporti (treni, autobus, corriere), lo sport (campi da gioco, impianti, società sportive, competizioni), la musica (conservatori, scuole di musica, concerti), la cultura (atenei, musei, biblioteche, teatri), lo svago (cinema, locali, luoghi di ritrovo), i viaggi.

Nulla deve essere più accessibile ai giovani privi del sigillo di Stato, condannati senza processo alla morte civile.

La crudeltà sottesa alle nuove leggi razziali, infatti, va ben oltre l’esclusione fisica dagli spazi inaccessibili: investe le amicizie di una vita, le compagnie e gli amori, i sacrifici fatti in anni di studio o di allenamento per vincere o per migliorare se stessi; costringe a dover scegliere tra il cedere il proprio corpo alla sperimentazione ripetuta, per un tempo indefinito e con un rischio che sicuramente sovrasta il beneficio, e il proseguire sulla rotta tracciata, e preservare quelle amicizie, quegli amori e quelle compagnie, sopravvivere nonostante tutto in una società che si sa essere malata terminale.

Il supremo garante della Costituzione, intanto, si appresta a consegnare al suo successore un paese che dice “unito”. Unito forse, questo sì, nell’obbedienza, più o meno cieca più o meno sofferta, a un sistema mostruoso.

Nella realtà, egli consegna un paese ferito e piagato, ma non ancora sconfitto. I santi e gli eroi che nutrono per osmosi l’Italia migliore infonderanno all’Italia migliore la forza di resistere al male. Con l’onore e l’orgoglio che si addice a chi, libero in virtù della vera libertà, non intende controfirmare la menzogna.

Sia benedetto il popolo che, custode del seme della vita, terrà in vita l’uomo fatto a immagine somiglianza di Dio, aggrappandosi tenacemente al legno della Sua Croce.

Elisabetta Frezza

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