Trionfo

Questo articolo è apparso in versione leggermente ridotta su La Verità di mercoledì 24/11/2021.

Apprendo che in Alto Adige, dove già la primavera scorsa si sperimentava un «Corona pass» in anteprima nazionale, da oggi si applicheranno regole molto più stringenti alle famiglie che scelgono formare i propri figli secondo i principi dell’istruzione «parentale». Cittadino anch’io dell’epoca che giura di non muover dito senza i conforti delle «evidenze» scientifiche, ho cercato nella ragguardevole letteratura sul tema a quali gravi tare culturali, affettive e sociali andrebbero incontro i piccoli homeschooler. Ma non ho trovato nulla del genere, anzi. In compenso ho letto negli stessi giorni una raffica di titoli-fotocopia sulle scuole «clandestine» in cui troverebbero rifugio «soprattutto famiglie no mask» e che starebbero proliferando in tutto il Paese, con in testa l’ex provincia asburgica.

Quanti sono i pargoli così barbaramente «tolti dalla nostra società»? A occhio e croce, meno degli articoli in cui se ne parla. Nella provincia autonoma dove il fenomeno è più diffuso si tratterebbe di 544 (cinquecentoquarantaquattro) bambini: lo 0,7% della popolazione scolastica. Ma la deputata bolzanina e totiana Michaela Biancofiore non ha dubbi: è un «boom» a cui «stiamo assistendo inermi», un proliferare di azioni «che minano la cultura, la coesione sociale, l’ordine pubblico (sic) e la salute».

Su che basi lancia queste accuse, quali le fonti, le testimonianze? Non lo dice. L’«involuzione culturale» degli scolari «sottratti alla socializzazione» è «evidente» a lei – e tanto ci basti.

In un’altra era geologica del nostro sentire avremmo apprezzato l’ironia di multare chi definisce «clandestini» le persone che si introducono illegalmente nel nostro Paese e di accettare invece che lo si dica di chi esercita un’attività prevista dalla legge, nel rispetto della legge. Ma oggi sembra tutto normale. Sarebbe legale anche occupare le piazze per manifestare il proprio dissenso, ma da quando lo fanno anche i «no green pass» sono diventate «sempre più tossiche per la nostra democrazia», spiega un senatore orgogliosamente antifascista.

Sviluppi come questi preoccupano, ma non sorprendono. Perché quello tra cittadini e governo sembra ormai essere un gioco scoperto, un bracconaggio normativo che mira a scovare e chiudere ogni spiraglio di fuga per spingere le mandrie nella direzione voluta. Sicché è facile per i braccati indovinare che le nuove restrizioni colpiranno precisamente là dove resiste un rifugio di quiete, un piano B o C, un margine di esistenza possibile tra le ultime pieghe della civiltà anteriore. Sanno che i prossimi strali cadranno ovunque ci sia un margine di vita sulle sponde del fiume, perché le strategie su cui perdono il sonno sono le stesse che tolgono il sonno ai loro castigatori, le loro speranze sono l’assillo di chi li insegue. Contante che ti fa lavorare anche se sei sospeso dallo stipendio? Casa che ti fa sopravvivere anche se non puoi pagare il mutuo? Pensione che ti fa comunque mangiare? Diritto alla riservatezza a cui ti puoi appellare? Sappiamo, sappiamo.

La metafora cara a un medico televisivo si avvera all’estremo, di una caccia ai «sorci» così forsennata da rendere lecita la distruzione di ogni struttura che offra loro un anfratto. Non c’è logica, non c’è dialettica, non c’è tutela, non c’è libertà costituzionalmente o consuetudinariamente ordinata che possa frapporsi. Va demolito ogni scampo e solo una volta ridottisi a vivere tra le macerie, nudi e all’addiaccio, i cacciatori si chiederanno forse se ne sia valsa la pena e se quel deserto non fosse più che un passaggio, la meta di chi ne ha offerto il pretesto.


Come ha osservato non troppo scherzosamente qualcuno, di questi tempi i «complottisti» le azzeccano tutte. Ma è una preveggenza facile, la loro, a cui basta immaginare il finale di una farsa spifferato già dalle prime battute. Dopo quasi ottant’anni di relativa democrazia è difficile digerire oggi l’ipotesi di un governo così accanito verso i propri cittadini, eppure non è raro che accada, è stato ad esempio il caso di molte dominazioni straniere. Il mondo di oggi, i cui tanti governi eseguono a una voce i dettati di pochi padroni sovranazionali, potrebbe integrare il caso particolare di un colonialismo globale senza colonizzatore locale.

O più che particolare, potrebbe anche trattarsi dell’ultima epifania di una norma che serpeggia fin dagli albori della modernità, la cui prima matrice politica non è la Convention nationale, il teatrino rivoluzionario dove destra e sinistra si bisticciavano sui seggi mentre marciavano uniti contro i martiri della Vandea. Quell’antesignano francese delle nostre democrazie non fu invece che la dialettizzazione cosmetica di un progenitore più schietto, del dispotismo illuminato dei philosophes che al popolo può tutt’al più concedere l’inchino del paternalismo volterriano: «tout pour le peuple, rien par le peuple». In tempi di crisi questa contraddizione genetica riemerge come una malattia mai sopita, perché incurabile.

Anni fa denunciavo le avvisaglie della sua ricaduta nel diffondersi del concetto di «populismo» che, liquidata ogni parafrasi, storpiava la sovranità scritta nella nostra Carta in un dispregiativo da cui distanziarsi. La retorica delle «riforme» ha dato corpo a questa accezione intendendo l’intervento politico come una necessaria frustrazione del mandato, un farsi vanto delle «scelte impopolari» e del cavare «lacrime e sangue» dalla gente, di costringerla, rieducarla e punirla, avverando in corpore plebis la metafora del virus che attenta alla vita di tutti.

Di questa genitura, ciò a cui stiamo assistendo è l’indiscutibile trionfo almeno in senso quantitativo, per la portata mondiale del metodo «illuminato» e delle sue ambizioni. Mai come oggi, se non forse ai tempi leggendari della torre biblica, si era abbattuta con così ferrea unanimità di intenti l’imposizione della stessa medicina e delle stesse parole a tutti, la soppressione di ogni spazio anche fisico di alterità.

 

Eppure, per essere un trionfo è ben triste. Dove sono le fanfare e i tripudi di ogni degno regime? Dove suonano le trombe della propaganda, chi magnifica le sorti progressive, proprio ora che bussano all’uscio? Mentre l’armata globale avanza schiacciando ogni ostacolo, si fa più fitto il buio di un crepuscolo paralizzante. Si vive ogni giorno sotto il tallone di qualche nuova minaccia e le uniche vittorie che riusciamo a cantare è che… poteva andar peggio. I territori conquistati non li si guarda nemmeno, contano solo i fazzoletti di terra non ancora aggiogati. Il bicchiere è sempre mezzo vuoto, mancasse solo una goccia, sicché non è mai tempo di festa: più si vince e più si teme il nemico, più lo si schiaccia e più se ne esalta con rabbia il pericolo.

Qualcuno ha evocato i toni lugubri della distopia orwelliana, il cui onnipotente il Partito spendeva ogni sforzo per terrorizzare, sorvegliare e confondere la popolazione, ne reprimeva anche i pensieri e la addestrava ogni giorno a odiare un nemico. È un modello di dominazione in malo, che punta cioè tutto sulla paura dei peggiori e del peggio e che, non potendo offrire alcunché, sa perciò solo togliere o minacciare di togliere. È il modello meritocratico in tutto il suo splendore, quello in cui i meritevoli non guadagnano nulla se non la promessa di non finire (per ora) negli inferi degli immeritevoli, quello i cui «premi» altro non sono che un differimento del castigo. Se quel modello vive oggi nello stile e nelle intenzioni, occorre però chiedersi quanto sia esso sostenibile nella realtà non letteraria e dove possa parare, se a un punto di riposo o rottura. Leggendo gli eventi, appare infatti chiaro che al crescere della violenza crescano di continuo le resistenze, e che queste chiamino di continuo violenza, sicché è difficile credere nell’assestamento più o meno pacifico di un nuovo sistema.

I primi dubbi sulla solidità dell’«ipotesi 1984» risalgono già alla pubblicazione del libro. In una famosa lettera indirizzata al collega più giovane, Aldous Huxley riconosceva sì nel «sadismo» dei reggenti di Oceania la «logica conclusione» di una rivoluzione che partendo da Robespierre e Babeuf

«mira alla sovversione totale della psicologia e della fisiologia dell’individuo»,

ma si diceva scettico sul fatto che

«la politica dello stivale-che-calpesta-il-volto possa andare avanti all’infinito».

Riteneva piuttosto che

«nella prossima generazione i padroni del mondo scopriranno che il condizionamento dell’infanzia e la narco-ipnosi sono strumenti di governo più efficaci delle mazze delle prigioni, e che la fame di potere può essere soddisfatta meglio condizionando le persone ad amare la propria schiavitù, che non frustandole e prendendole a calci per spingerle all’obbedienza».

Per Huxley non si poteva aggirare il problema del «consent of the ruled», il consenso dei dominati che, spiegava in un’intervista televisiva del 1958, sarà assicurato dalle nuove tecniche di propaganda suggerite dalla pubblicità commerciale per «bypassare il lato razionale dell’uomo e appellarsi direttamente alle sue forze inconsce» in modo non direttamente violento. Per rendere i sudditi «felici sotto il nuovo regime [o almeno] in situazioni in cui non dovrebbero esserlo» sarà fondamentale, prevedeva, l’apporto dei nuovi ritrovati tecnici: da un lato degli

«apparecchi tecnologici che tutti desiderano utilizzare [e che] possono accelerare questo processo di sottrazione della libertà e di imposizione del controllo»,

dall’altro della

«rivoluzione farmacologica in corso… potenti sostanze in grado di alterare la mente quasi senza effetti fisiologici collaterali».

Molte di queste strategie sono diventate pietre angolari della gestione del consenso, dalla sempre più fitta codifica dei programmi educativi rivolti all’infanzia allo stile tanto martellante e suggestivo quanto povero di ragionamento delle campagne di «sensibilizzazione» governative, fino alle onnipresenti tecnologie digitali che agiscono sia come anestetico della socialità, sia come strumento panottico di sorveglianza globale. Per quanto ci è dato sapere, mancano invece gli indizi di un condizionamento psicochimico in larga scala, benché l’apparato di medicalizzazione reiterata e universale su cui si insiste oggi con così tanta ossessione renderebbe per la prima volta praticabile un siffatto intervento, almeno in potenza. Non è inutile ricordare che nel romanzo distopico di Huxley, Brave New World, la scure della repressione si abbatte sui dissidenti proprio dopo un loro tentativo mancato di impedire la distribuzione del «soma», la droga di Stato con cui il governo mondiale manteneva soggiogati e «felici» i cittadini.

Secondo alcuni commentatori la prospettiva huxleriana non sostituisce quella del collega, ma la integra, dovendo il bastone della repressione spingere sempre più persone verso la carota del condizionamento. Sennonché oggi accade l’inverso: la carota perde appeal e il bastone picchia sempre più duro, il residuo dissenziente si espande e i dispositivi di propaganda, per quanto poderosi, non tengono il passo.

Gli scenari possibili sembrano dunque tendere alla crisi più che alla normalizzazione. Ma fino a che punto? Una persecuzione aperta, una purga, una recessione, un collasso, una rivoluzione «colorata» o una guerra che offra il destro alla legge marziale? E quanto l’esasperazione delle piazze è un intoppo, quanto un coltivato pretesto? Non lo sappiamo. Ma anche l’idea che all’«ultima rivoluzione» potrebbero non bastare gli strumenti sin qui affinati e che debba perciò reclamare un reset anche fisico non era estranea all’Huxley, la cui lettera si concludeva con l’ammissione che

«nel frattempo, naturalmente, potrebbe scoppiare una guerra biologica e nucleare di vaste dimensioni, nel qual caso avremo incubi di altro genere e difficili da immaginare».

Una conclusione un po’ sconcertante, invero, che sconfessa l’ineluttabilità del processo e conferma il sospetto che i grandi architetti, i costruttori di un progresso lontano da Dio e dagli uomini, riescano solo a seminare macerie per trionfare tristi e gioire schiumando, e che il loro sognato edificare sia precisamente e soltanto un distruggere. Alla fine – ma solo alla fine – è una buona notizia.

Il Pedante

Fonte

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