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Descrivendo il “Bildungsroman”, in italiano “romanzo di formazione” Goethe ebbe a dire: “il tedesco si serve opportunamente del termine Bildung, per indicare sia ciò che è già stato prodotto, sia ciò che sta producendosi”. L’etimologia deriva dalla radice germanica “bil”, che evoca il ‘potere miracoloso’, la ‘magia’, la magia che proviene dal manifestarsi dell’immagine.
Il “romanzo di formazione” descrive l’evoluzione, i cambiamenti e le esperienze del protagonista nel suo passaggio dall’età infantile e adolescenziale a quella adulta: ne racconta l’origine, vista ’dal di dentro’; e parla della sua evoluzione attraverso le prove, le esperienze gioiose e dolorose.

“Sono nata due volte” potrebbe essere uno splendido romanzo di formazione.
Potrebbe, se fosse un romanzo.
Intendiamoci, questo libro “sembra” un romanzo, ma romanzo non è.

È pura verità autobiografica, senza alcun “additivo” fantastico.

Erica, una giovane donna piemontese, attraverso delle singolari circostanze della sua vita attuale, si trova a vivere ricordi di una sua esistenza trascorsa, ricordi talmente nitidi, dettagliati e ripetuti da spingerla a voler verificare personalmente la loro autenticità.
Iniziano allora i suoi viaggi in Russia, dove, dopo svariate difficoltà, inizia a ricostruire il suo passato sulla base sia di ricerche documentali che delle sue esperienze interiori che la porteranno a riconoscere e ritornare nella casa dei suoi nonni di quella esistenza vissuta nei primi anni del 1800 e conclusasi tragicamente.

Un percorso mozzafiato tra presente e passato, in un continuo affrontarsi di sogni lucidi e razionalità, dove la narrazione raggiunge forse il suo apice nel dialogo con il male, che, a causa dei ricordi dolorosi della sua incarnazione in Russia di due secoli fa – ormai ricostruita con certezza – scuote Erica nelle più intime fibre del suo essere fino a farle scrivere:

Ciò che avevo letto sul Karma dava quasi sempre al dolore una connotazione di colpa, da espiare a causa di azioni commesse nella vita precedente, e non dava spiegazione a quei casi in cui la persona era invece innocente.
Perché dovremmo essere per forza tutti colpevoli di qualcosa? I santi, i martiri e gli innocenti, non sono forse soggetti anch’essi alla reincarnazione? E se potessero rivedere la loro esistenza anteriore, non soffrirebbero di nuovo il dolore che avevano provato allora? Chi avrebbe il coraggio di dire che se soffrono è colpa loro? Oltre il danno, la beffa?

Fu così che mi arrabbiai.
Praticamente con mezzo mondo.
Perché di storie come la mia è pieno il pianeta.
Mi rivolsi allora a quel male in prima persona, a tu per tu, lo guardai negli occhi, dentro di me, e gli dissi:
“Tu non hai vinto. Non questa volta perlomeno, e non in questa storia.
Perché sono tornata, e perché non ho dimenticato. Dio mi ha dato un’altra possibilità, mi ha donato la vita ancora una volta”.
“Non ho dimenticato cos’hai fatto a me e alla mia famiglia, e per di più nei sogni e nella realtà ci siamo ritrovati tutti, riconosciuti e voluti ancora bene. Un bene che lascia una traccia inconfondibile e indelebile.
Questa è la prova schiacciante del fatto che non hai vinto”.

Il dialogo – apparentemente un monologo, ma solo apparentemente – con il male colpisce come un pugno lo stomaco del lettore, che non potrà facilmente non riportare al proprio destino ed alle esperienze attraversate nella propria vita – in ogni vita – le domande che l’Autrice si pone in un crescendo di impetuosa e disperata sete di conoscenza.

Un libro che lascia un segno profondo, una lettura da vivere in profondità.

Piero Cammerinesi

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