La malinconia e la cura permanente

Malinconia

L’avanzare dell’età e l’indisposizione del corpo portano allo stato di malinconia, perché fanno ridurre il desiderio e lo slancio vitale, il che crea la condizione dell’immersione in se stessi. E’ come se la forza vitale avesse bisogno del proprio opposto – la debolezza e la stanchezza, per rivolgersi a sé in un atto di riflessione. Per gli antichi la malinconia era parte dell’accettazione della transitorietà della vita, mentre la depressione che affligge la società moderna è espressione della sua insensatezza. Ma il senso della vita è proprio nella consapevolezza della nostra caducità, della temporaneità della vita, e non nella rimozione dell’idea della sua fine.

Le massime “vivi qui e ora” e “cogli l’attimo” non hanno bisogno di essere ricordate mentre permaniamo nella pienezza dell’essere, quando siamo sufficienti a noi stessi e incoscienti degli aspetti problematici dell’esistenza, ma nel momento in cui vengono incitate a comando, esse nascondono la fuga dalla consapevolezza. La fuga attraverso la simulazione di vitalità, che è l’opposto della malinconia. La malinconia non è l’assenza di vitalità, ma la sua sospensione, perché qualcosa in noi necessita della frantumazione del tutto per creare una crepa, la mancanza di qualcosa in cui il nostro sentire possa insinuarsi attraverso il pensiero.

La dimostrazione di vitalità, tanto in voga nella società moderna che aspira all’eterno giovanilismo, in realtà è indicatore della sua mancanza, in quanto ogni dimostrazione contiene una forzatura che va contro l’autenticità. E’ vero che noi tendiamo ad attribuire maggior valore proprio a ciò che ci manca, ma proprio per questo abbiamo a disposizione un meccanismo compensatorio che è quello del pensiero riflesso. Il pensiero in tutte le sue forme – speculative e artistiche, è sempre un complemento di qualcosa di non vissuto fino in fondo, sublimazione scaturita dall’intima aspirazione alla totalità della vita, ma esso è anche stratificazione di esperienza, ossia quello che chiamiamo saggezza, o spiritualità. La felicità e l’estasi come stati compiuti dell’essere accadono in modo incosciente e non hanno bisogno della riflessione per conoscersi, né hanno bisogno di mostrarsi al giudizio altrui per avere la conferma di esistere. E nel momento in cui appare la riflessione, significa che il vivere immediato e spontaneo ha smesso di esistere per fare spazio al pensiero speculativo, perché le due modalità non possono coesistere allo stesso tempo.



Nel passato diversi pensatori e personalità di straordinario talento e capacità intellettive hanno cercato di sopprimere volutamente la propria vitalità per poterci speculare sopra, perché il vivere immediato qui e ora accade come fenomeno, ma i pensatori cercano di arrivare all’essenza delle cose per estrapolarla dal flusso immemore del tempo, e non di vivere l’attimo, e benché la loro attività speculativa abbia creato delle opere durevoli nel tempo, immortalate nella memoria collettiva, in effetti rappresenta una sottrazione alla pienezza dell’essere. Il pensiero elaborato, offerto al lettore come frutto dell’attività riflessiva, rappresenta un erbario che può essere analizzato e studiato, ma non ha nulla a che vedere con il vero vivere. Forse solo l’arte nelle sue varie forme ne può dare una rappresentazione fedele, in particolar modo quando il momento emotivo coincide con quello creativo.

Più generalmente, l’evoluzione della civiltà denota un incremento esponenziale del pensiero speculativo, ma questo non dovrebbe sorprendere, in quanto fa parte dell’accelerazione algoritmica di quel motore ibrido, intrinseco alla società umana, che trasforma la natura in cultura, di quel processo che attraverso la téchne (la tecnologia) trasforma l’integrità organica della vita in un prodotto secondario, alcune volte di valore aggiunto, ma più delle volte inutile, sterile e mortificante.

Oggi, con l’imposizione di misure sanitarie e forti limitazioni alla libertà, vediamo questo processo sempre più accelerato. Siamo messi sotto la costante supervisione della medicina, ma questo non può che determinare il permanente stato di un semi-vivere, nello stesso modo in cui accade agli animali dello zoo, i quali sono costretti in uno stato fra la repressione e la vita, che non rispecchia la loro vera natura. La gestione regolamentata dei processi vitali, attraverso la somministrazione dosata di alimenti e medicinali, annulla la forza dell’autenticità per stabilire un equilibrio artificiale che si presenta come la norma, come un valore medio statistico. Le tabelle dei valori giusti della nostra salute, accompagnate di un’infinità di correttori farmacologici, a cui nell’attuale periodo sono stati aggiunti ulteriori presidi medici di dubbia efficienza, sono utili per ‘normalizzare’ l’esistenza umana abbassando la sua vitalità. Perché solo in questo modo il singolo può essere inserito nel sistema come unità produttiva e di consumo, portatore di un permanente stato di precarietà.

L’autentica energia vitale non è gradita agli attuali sistemi di gestione sociale, perché la vitalità, proprio nel momento della sua arrendevolezza naturale, viene sublimata in una maggiore qualità riflessiva, conferisce forza al pensiero. Ma nel post-moderno siamo testimoni di un’inversione di tendenza, in cui il pensiero viene prodotto senza le premesse di un autentico fondamento esperienziale, come frutto di un’iperattività cerebrale ossessiva e ripiegata su se stessa, che precede lo stesso vivere. Mai come prima il pensare appare come la mortificazione della vita, a partire dalla sovrastruttura culturale, dove simboli, arte, teorie scientifiche e linguaggi sono tutti trasversalmente dominati dall’informatica. La comunicazione digitale e virtuale, creata dai sistemi informatici, non solo implica l’uso del pensiero elaborato e la simulazione dei processi reali, ma nel suo uso di mass media tende persino a sostituire la realtà sensibile con qualcosa di totalmente diverso, facendo rappresentazione di eventi e accadimenti che in realtà non sarebbero mai esistiti, se non per essere virtualmente dimostrati.

Alla repressione dei mezzi informatico-tecnologici viene aggiunta la repressione neuro-farmacologica, la quale fin oggi traeva la propria legittimazione dalla cura dei sintomi della malattia, la cura post-factum (riuscendo comunque a trasformare i malati in pazienti a vita), mentre oggi si arreca la missione di rimuovere in anticipo ogni pericolo di malattia attraverso trattamenti estremamente invasivi presentati come prevenzione. La motivazione di tutto ciò non è solo il profitto, ma l’abbattimento di ogni residuo di forze di resistenza e di autonomia di consapevolezza nell’individuo. In una prospettiva in cui gli automi e i robot andranno a sostituire la manodopera umana, gli individui dovranno essere omologati a un modello normativo non più pericoloso per le posizioni dominanti delle élite. Dovranno essere convinti di essere sotto la costante minaccia di virus ed epidemie per essere controllati come una biomassa obbediente, soggetta a continui imposizioni e trattamenti.

In questo nuovo contesto sociale la riduzione dello slancio vitale non sarà più espressione della maturità della vita, e nemmeno una fase ciclica della sua dialettica, ma un effetto puramente tecno-farmacologico, che non avrà alcuna relazione con la profonda dimensione umana. Perché anche se il nuovo essere umano un giorno cercherà di rivolgersi verso se stesso, non troverà l’essenza stratificata della vita, ma un insieme di modelli standard e di riflessi indotti dal sistema virtuale, fatti per l’uso di massa e volti a connettere gli individui uni con altri in un continuum lineare privo di soluzione. La prospettiva di un mondo monodimensionale senza la malinconia è già radicata nel presente, ma con la malinconia spariranno tutti gli stati d’animo che riflettano il divino nel suo eterno movimento. Attraverso il culto cieco della scienza bio-tecnologica, a cui l’individuo obbedisce per conquistare una sua sicurezza psicologica, egli entrerà inconsapevolmente nella pseudo sicurezza di uno stato di cura permanente.

Zory Petzova

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Zory Petzova, studiosa dei paradossi sociali nella loro molteplicità e interferenza con la natura umana.

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