La globalizzazione della malattia e la latitanza dell’Europa

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La tanto esaltata globalizzazione dei capitali, degli investimenti, degli scambi sta mostrando in questi giorni un lato inaspettato e distopico: la globalizzazione della malattia.

Se il viaggio intercontinentale più lungo che possiamo intraprendere è più corto dell’incubazione di una malattia epidemica, questo significa che se parto da Roma per andare a Sidney e sto 24 ore in aereo l’incubazione della mia eventuale infezione è ancora asintomatica, permettendomi quindi di contagiare – inconsapevolmente – interi gruppi umani dall’altro capo del mondo.
Dunque la dolorosa scoperta della globalizzazione della malattia rappresenta un brusco risveglio per tutti coloro che sino ad oggi si sono dimostrati così entusiasti di veder aboliti i confini delle nazioni.

Ma quanto sta accadendo ci mostra un ulteriore aspetto, che getta un’ombra pesantissima sulla globalizzazione e, nella fattispecie, sulle realtà sovranazionali.
Mi riferisco al comportamento dell’Europa, il cui silenzio, nella situazione di crisi del nostro Paese, è stato assordante.

Far parte di una entità sovranazionale come l’Europa dovrebbe avere anche dei risvolti positivi – oltre agli innumerevoli lati negativi – come la solidarietà e l’aiuto reciproco tra le nazioni.

Invece abbiamo visto, da parte delle altre nazioni europee, solo frontiere serrate e divieto di venderci mascherine e presidi sanitari.
Abbiamo elemosinato dall’Europa uno sforamento di bilancio per 6,3 miliardi quando dovremo tirar fuori dal cappello a cilindro cifre almeno dieci volte superiori per uscire dalla catastrofica situazione del post-epidemia.

A quanto pare Bruxelles ha d’un tratto dimenticato la retorica europeista ed ogni Stato ha ripreso le vecchie sane abitudini egoistiche: ognuno per sé e Dio per tutti.
È proprio vero che il vero volto delle persone – e delle istituzioni – si vede nel momento della difficoltà, dell’emergenza.
Allora cadono le maschere.

Ricordiamocene quando la tempesta sarà passata.

Piero Cammerinesi

* * *

“Io speriamo che me la cavo.”

Marcello D’Orta

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