Paideia
di Piero Cammerinesi

Questa pubblicità tappezza da qualche giorno i muri di alcuni quartieri (alti) di Roma.

Si riferisce ad una azienda sanitaria – la Paideia, appunto – cui appartengono due cliniche private di livello decisamente elevato della Capitale.

Ora naturalmente, sappiamo bene che la pubblicità è l’anima del commercio – ed oggi è sotto gli occhi di tutti che anche la salute è una “merce” e che la differenza tra paziente e cliente è sempre più sfumata nel mondo meraviglioso delle aziende sanitarie – pubbliche o private che siano –  il cui primo obiettivo è fare profitti.

Dunque fanno bene i signori della Paideia – International Hospital (l’inglese è ormai d’obbligo se si vuole apparire minimamente al passo con i tempi) a proporsi all’attenzione di un pubblico sempre più anziano, acciaccato e ipocondriaco ma, a mio modesto avviso, l’immagine con cui si presentano in realtà dovrebbe – se ancora ci fosse un briciolo di sana ragionevolezza nelle persone – non richiamare pazienti ma allontanarli.

Di fronte ad una immagine di questo genere dovrebbero scappare a gambe levate.

Cosa trasmette, infatti – neanche tanto subliminalmente – questa pubblicità?

La mano robotica che sostituisce la mano di Dio del celeberrimo dipinto della Cappella Sistina comunica in primo luogo la hybris dell’uomo che sostituisce al Creatore la sua creatura, la macchina. Questo è il simbolo del transumanesimo. Dunque la macchina (il robot) rappresenta il bene (al posto di Dio) che ci salva grazie alla Scienza (la nuova religione) che ha rimpiazzato “gli dèi falsi e bugiardi”.

In secondo luogo l’immagine della mano robotica evoca il tipo di medicina che attende il paziente: quella basata sulla statistica e non sulla visione olistica della persona.

Una medicina che riduce il paziente a numero e l’approccio clinico ad automatismo statistico.

In terzo luogo, infine, il claim “Il futuro è qui” ci toglie ogni dubbio sulla direzione verso cui la medicina deve procedere; non è ipotizzabile, pertanto, un ritorno a quel passato in cui il terapeuta, invece che trarre dal computer la cura da prescrivere, la ricavava dall’ascolto e dalla attenta anamnesi ed esperienza conoscitiva del paziente.

Purtroppo questo è l’orientamento generale, e non dubito – per esperienza diretta – che la Paideia sia una eccellenza clinica, ma non ho potuto non soffermarmi a riflettere su come una pubblicità di questo genere non trasmetta – per lo meno a me – qualcosa di ripugnante invece che di attraente.

In fondo anche lavorare su queste immagini è aprire uno spiraglio della famosa finestra di Overton, o no?

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