Cosa è successo al G20 dei ministri degli Esteri

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La riunione dei Ministri degli esteri del G20, svoltasi giovedì e venerdì scorso a Bali, lungi dal trovare soluzioni condivise ai problemi economici, alimentari ed energetici che attanagliano la comunità globale, si è risolta in un nulla di fatto che ha solo confermato l’altissimo livello di tensione raggiunto tra Russia e Occidente a causa della crisi ucraina.

L’incontro dei Ministri degli esteri delle maggiori economie mondiali, infatti, non ha prodotto alcun comunicato congiunto, in quanto non si è trovato un punto d’incontro né sulla guerra tra Russia e Ucraina né su come affrontare il suo impatto globale. Degno di attenzione, invece, è stato l’incontro bilaterale tra USA e Cina a margine dei lavori del summit: era, infatti, dallo scorso ottobre che il Ministro degli esteri cinesi, Wang Yi e il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, non si incontravano: il bilaterale era volto ad appianare le divergenze tra i due Paesi e mantenere rapporti normali, ma gli Stati Uniti hanno sfruttato l’occasione anche per chiedere a Pechino di condannare l’invasione russa.

Per il resto, tutto l’incontro si è trasformato in un tentativo di trasformare il G20 in un G7 allargato, con il Segretario di Stato americano molto più occupato nello sforzo di compattare i Paesi non occidentali attorno alla causa statunitense di completo sostegno a Kiev e condanna di Mosca, piuttosto che a cercare un punto d’incontro con tutti i presenti al vertice.

Ha, infatti, esortato la Cina, e più in generale tutti i membri del G20, a condannare l’aggressione russa, dichiarando che

«Questo è davvero il momento in cui tutti noi dobbiamo alzarci in piedi, come ha fatto un Paese del G20 dopo l’altro, per condannare l’aggressione».

Secondo fonti occidentali, inoltre, durante una sessione plenaria dei lavori, Blinken avrebbe esplicitamente puntato il dito contro Mosca:

«L’Ucraina non è la vostra terra. Il suo grano non è il vostro grano. Perché state bloccando i porti? Dovreste consentire al grano di uscire dal Paese»

avrebbe affermato.

Cosa che ha irritato non poco il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che comunque aveva già abbandonato i lavori di una sessione mentre parlava il Ministro degli esteri tedesco, Annalena Baerbock, e prima che intervenisse l’americano Blinken. Non c’è da stupirsi, dunque, se i due rappresentanti di USA e Russia si sono reciprocamente ignorati, con i delegati occidentali che hanno deciso di non prendere parte alla consueta foto di gruppo per non farsi immortalare insieme al Ministro russo, così come la sera prima avevano disertato la cena ufficiale. La padrona di casa Retno Marsudi – Ministro degli esteri indonesiano – dal canto suo, ha cercato di adottare un atteggiamento neutrale, concentrandosi sui temi principali che il summit avrebbe dovuto contribuire a risolvere, vale a dire i modi per alleviare la povertà dei Paesi in via di sviluppo e per stabilizzare i mercati alimentari ed energetici globali.

Tuttavia, la riunione è stata monopolizzata, ancora una volta, dal tentativo occidentale di isolare la Russia, cercando di ottenerne la condanna da parte degli altri membri del vertice. Proprio il fatto che non sia stato prodotto alcun documento ufficiale, però, ha fornito alla portavoce di LavrovMaria Zakharova – l’occasione per affermare che

«il piano del G7 di boicottare la Russia al G20 è fallito. Nessuno ha sostenuto i regimi occidentali. Ecco perché ora sono furiosi».

A conferma di ciò, il fatto che Lavrov si è comunque intrattenuto con diversi ministri di quelle nazioni “non allineate” che hanno rifiutato di coalizzarsi con l’Occidente contro il Cremlino: tra queste Cina, India, Brasile, Turchia, Argentina e Indonesia. Anche per quanto riguarda la questione del grano, Lavrov ha voluto ridimensionare le responsabilità dell’operazione russa sull’impatto alimentare globale, dichiarando che

«Le statistiche mostrano molto chiaramente che il grano bloccato nei porti in Ucraina è meno dell’1% della produzione mondiale, quindi non ha un impatto reale sulla sicurezza alimentare».

Di particolare interesse è stato poi l’incontro bilaterale tra Blinken e Wang Yi, durato ben 5 ore: secondo Wang,

«La Cina e gli Stati Uniti sono due Paesi principali, quindi è necessario che mantengano scambi normali».

Secondo alcuni analisti – ripresi dal giornale cinese Global Times – l’apertura statunitense alla Cina è dovuta “alla pressione inflazionistica e alla situazione economica problematica”. Biden, infatti, sta valutando di togliere alcune tariffe imposte da Trump per contrastare l’inflazione e spera che ciò possa riaprire il dialogo col Presidente cinese, spingendolo a convincere Putin a fermarsi.

«I tentativi dell’amministrazione Biden di cercare frequenti dialoghi con alti funzionari cinesi e menzionare la cooperazione servono allo scopo di risolvere problemi imminenti e importanti per gli Stati Uniti, non allo sviluppo positivo a lungo termine dei legami Cina-USA»

ha dichiarato Yuan Zheng, vicedirettore presso l’Accademia cinese di Scienze Sociali (CASS).

I punti più importanti affrontati dai due diplomatici sono stati la guerra in Ucraina e la questione di Taiwan: quanto all’invito statunitense di condannare la Russia per le operazioni in Ucraina, la risposta cinese è stata vaga e non ha sicuramente soddisfatto l’amministrazione USA: proprio durante il vertice a Bali, infatti, la delegazione cinese ha accusato l’Occidente, dichiarando che Pechino si oppone sia a «un confronto tra blocchi», sia a «una nuova guerra fredda». Quanto alla delicata questione di Taiwan, invece, la posizione di Pechino è stata, come sempre, netta: gli USA non devono interferire nella riunificazione cinese, in quanto Pechino considera Taiwan parte «inalienabile» del suo territorio.

«Dal momento che gli USA avevano detto di non sostenere il separatismo dell’indipendenza di Taiwan, dovrebbero smettere di svuotare e distorcere la politica dell’Unica Cina»

ha asserito Wang.

Se da un lato, è possibile certamente affermare che il G20 dei Ministri degli esteri sia stato un flop caratterizzato dal gelo e dalla distanza tra Russia e Occidente, dall’altro il vertice ha reso evidente la volontà degli Stati Uniti di cercare di inglobare nella propria sfera d’influenza anche i cosiddetti Paesi non allineati e di recuperare le relazioni diplomatiche con quegli Stati che gli hanno voltato le spalle. Oltre a persuadere i membri del G20 a coalizzarsi contro Mosca, infatti, in questa direzione va anche il prossimo viaggio di Biden in Arabia Saudita previsto per il prossimo 15 luglio: Riad, infatti, è un partner strategico per la sicurezza energetica, col quale è necessario però «riequilibrare i rapporti». Sia il G20 che il prossimo viaggio di Biden appaiono, dunque, come un tentativo di rilanciare l’egemonia statunitense nelle relazioni diplomatiche internazionali, riconducendo i partner strategici sotto l’egida di Washington.

Uno sforzo che sembra mal conciliarsi, tuttavia, con il sistema geopolitico policentrico che sta progressivamente prendendo forma.

Giorgia Audiello

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