Gladiatori...da tastiera

08 Novembre 2018 Scritto da Piero Cammerinesi
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Pgladiatore.jpgremesso che ritengo i social media uno strumento interessante e stimolante per incontri che, da virtuali, possono (e dovrebbero) diventare reali, confesso di trovare risibile l’atteggiamento di chi, pur utilizzandoli, li disprezza.
Il giudizio tranchant su alcuni aspetti del nostro mondo, come i social ad esempio, circonfuso di un malinteso alone di spiritualità, rivela sovente la pochezza del pensiero da cui origina.
È ben vero che gli strumenti della civiltà digitale sono estremamente pericolosi - e spesso addirittura nefasti - legando l’uomo ad una realtà virtuale che è solo la caricatura dell’autentico mondo immateriale, ma è altrettanto vero che questo è il mondo che ci siamo costruiti e pertanto la necessaria conseguenza della nostra evoluzione trascorsa.
È un mondo con cui non possiamo non fare i conti e che siamo chiamati a trasformare dall’interno; “cavalcando la tigre”.
Il futuro ci riserva un sempre più stretto connubio uomo-macchina e a questo non possiamo sfuggire. 

Potremo però influenzare questo futuro in senso positivo realizzando una trasformazione globale del livello morale dell’umanità.

Partendo da noi stessi.
Iniziando anche da piccole cose.
Faccio un esempio.

Nelle interminabili discussioni sui social che mi capita di scorrere rapidamente (credetemi, non è spocchia, ma non vi partecipo quasi mai perché ritengo inutile imporre la mia opinione a persone che si tengono saldamente avvinghiate alla propria), discussioni che vertono su contenuti spirituali e che sovente sono solo una manifestazione del proprio ego e dei propri moti istintivi mi sono accorto che non c’è mai nessuno che ad un certo punto digiti le parole: “hai ragione”. O “mi sono sbagliato”.

Mai.

Si scende nell’arena dello scontro verbale di turno ben armati dei propri convincimenti, della ragionevolezza del proprio argomentare, della potenza della propria affabulazione, difendendo la propria tesi fino alla morte.

Come novelli gladiatori...da tastiera.

E se l’altro non recede dall’insano proposito di voler aver ragione a tutti i costi lo si ridicolizza, lo si insulta, lo si banna.
Comportamenti che mai avremmo sul piano reale (o sbaglio?) ma che sul piano virtuale sono la norma.
Temiamo di perdere la nostra immagine, l’immagine che ci proviene dalle opinioni degli altri su di noi, se, avvedendoci che le tesi dell’altro sono corrette (alle volte sbagliamo anche noi...) pronunciamo le fatidiche paroline: “hai ragione, mi sono sbagliato”.
Pensiamo che riconoscere un errore sia segno di debolezza, mentre in realtà è segno di forza e di libertà.
La forza e la libertà di chi sa rinunciare finanche alle proprie verità quando si avvede della loro parzialità.

Piero Cammerinesi

* * *

Se avete ragione, potete permettervi di scusarvi; e se avete torto, non potete permettervi di non farlo.

Edgar Wallace

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Buonismo e...cattivismo

24 Agosto 2018 Scritto da Piero Cammerinesi
Pubblicato in Liberopensare

lupiOrmai sono virali.

Le accuse di buonismo intendo.
Non passa giorno che in ogni ambito, dalla televisione ai giornali, da Facebook a Twitter, non partano bordate di riprovazione verso gli avversari tacciati di questa ignobile empietà.
Dopo fascista e razzista, buonista è la nuova etichetta di condanna senza appello emessa dalla nuova neolingua, la guida al pensiero unico cui è indispensabile aderire, pena l’essere socialmente scomunicati.

Ma cosa si intende per ‘buonismo’?

La Treccani così lo definisce: “Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî, o nei riguardi di un avversario”.
Pertanto il ‘buonista’ non è buono ma finge per opportunismo un’indole che non possiede.
Per qualche motivo, insomma - personale o politico - finge sentimenti che non gli appartengono.
Ora, a prescindere dal fatto che solo davanti all’azione sarebbe possibile ‘smascherare’ il ‘buonista proporrei di dar vita ad un altro neologismo: il ‘cattivismo'.
Se il buonista non è buono ma finge di esserlo, il ‘cattivista’ non è cattivo ma finge un temperamento che non gli è proprio.
Il cattivista, insomma, per parafrasare la Treccani, sarebbe portato ad una “ostentazione di cattivi sentimenti, di intolleranza e ostilità verso gli avversarî, o nei riguardi di un avversario” senza, tuttavia, essere cattivo.
Beh, mi sembra anche questo un format ampiamente rappresentato, in particolare sui social media, non trovate?

Personalmente devo confessare di essere stato decisamente infastidito dalle accuse di buonismo che mi sono state rivolte a causa della mia risoluta avversione nei confronti della polemica.
Vedete, il fatto è che credo fermamente nella totale e incondizionata inutilità di certe discussioni tra sordi cui assistiamo quotidianamente sui media e in particolare sui social.
Intendiamoci, non dico che non sia giusto o lecito ribattere a chi sostiene pervicacemente qualcosa di erroneo, ma, almeno per quanto mi riguarda, ciò ha senso solo se l’altra persona ha un atteggiamento interlocutorio, vale a dire se lascia spazio ad un contraddittorio, insomma se è disposto a prendere in esame la mia visione delle cose come io la sua.
Se l’altro è sicuro al 100% della sua verità l’impegno nell’agone dialettico è condannato sin dall’inizio all’inutilità.
In tal caso, a mio avviso, è meglio rettificare interiormente l’errore di pensiero e non perdere ulteriore tempo e fatica.
In ogni caso il rispondere a tono e l’inevitabile conseguente sequela di reciproci improperi non aiuterà certamente l’altro a modificare le proprie opinioni. Anzi.
Ebbene, per questo atteggiamento sono stato etichettato come ‘buonista’; come se il mio non polemizzare o discutere fosse una mera maschera di comodo.

Ora, mi consentano i miei accusatori di confessare loro in tutta sincerità di essere stato afflitto da sempre da un pessimo carattere collerico che mi ha talvolta fatto giungere ad un passo dal menar le mani e dall’aggredire gli imbecilli e i prepotenti di turno (tra le due non si sa quale sia la categoria più nefasta).
Tale temperamento, che ho avuto in sorte, si è però un bel giorno scontrato con una frasetta apparentemente leggiadra, ma in realtà pesante come un macigno, pronunciata da un essere di cui avevo la più grande considerazione: "tu dovrai diventare mite!"
"Mite io? Impossibile…"
"No, nulla è impossibile…" fu la risposta.

Certamente non si diventa miti dall’oggi al domani né lo si può tentare limitandosi ad affrontare gli eventi semplicemente come ci si presentano nel mondo esteriore. Si rende necessaria una visione più ampia, in modo da illuminare i fatti e le opinioni con i retroscena che li sottendono.
Una visione in cui il torto e la ragione iniziano a impallidire, a sfumare, a trascolorare in modi a volte impensabili.
Sono trascorsi decenni da allora e la meta è ancora ben lontana, tuttavia qualche passo è stato fatto.
Passi che i buontemponi che mi definiscono ‘buonista’ mettono a rischio, infiammando l’ira sopita ma non estinta che sonnecchia dentro di me.
A volte penso che sarebbe meglio diventare ‘cattivista’, in modo da non correre il rischio di far risvegliare il can che dorme.

Un po’ come nella storia del saggio e del serpente: ti avevo detto di non uccidere più gli abitanti dei villaggi ma non ti ho mai detto di non sibilare…”

Buonismo e...cattivismo - 4.4 out of 5 based on 14 votes

Il venditore

09 Febbraio 2018 Scritto da Piero Cammerinesi
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AAAIA_wDGAAAAAQAAAAAAAAorAAAAJDNmMjM3NWZjLWNhYmQtNDBmNS04ZGE2LWIxZWY2ZGNkNjRjOQ.jpg volte nel corso della nostra esistenza ci troviamo - verosimilmente per karma - a dover fare dei lavori che proprio non ci vanno giù.
Non dico che siano dei lavori indegni - nessun lavoro lo è mai - ma sono delle attività che proprio non riusciamo a sentire nostre, a fare con entusiasmo e serenità.
Probabilmente quel tipo di attività lavorativa ci mette di fronte ai nostri limiti, ci chiede di fare un salto per superarli; in fondo ciascuno di noi non lavora mai per se stesso ma per la collettività.

Per quanto riguarda me il lavoro che mi è pesato di più è stato il venditore.

Intendiamoci, non è che vendessi pentole o set di lenzuola; nella mia attività di editore i maggiori clienti delle mie riviste volevano trattare con me per le campagne pubblicitarie, invece che con i miei account.
E così, ad ogni inizio anno, dovevo andare in pellegrinaggio presso le aziende a sciorinare i pregi dei miei magazine al fine di raccogliere le inserzioni pubblicitarie dell’anno a venire.

Era per me una sofferenza indicibile, avrei preferito andare a spaccar pietre in miniera.

Non riuscivo ad indossare quella indecenza propria ad ogni venditore che magnifica la sua merce e sminuisce quella dei concorrenti.
E forse proprio per questo - a detta dei miei clienti - ero un ottimo venditore e portavo a casa centinaia di migliaia di euro ogni anno. Forse proprio per il fatto che sentivano che io, di fatto, non ero un venditore, ero me stesso e non volevo infinocchiare nessuno.
Comunque stiano le cose ho dovuto subire con grande fatica queste forche caudine per diversi anni prima di cedere l’azienda e trasferirmi a lavorare negli USA.

Ma la fobia per la vendita mi è rimasta.

Tant’è che qualche settimana fa, pur appoggiando la “Lista del Popolo” di Giulietto Chiesa ed Antonio Ingroia, allorché mi è stato proposto di candidarmi alle politiche del 4 Marzo, ho sentito dentro di me il rifiuto dell’ex-venditore.

Eh sì, perché se nel passato vendevo pubblicità oggi dovrei vendere un partito, un movimento.

Vendere qualcosa significa non aver diritto alla propria verità; è necessario dire che NOI abbiamo sempre ragione e gli ALTRI sempre torto; non si può dire che in questo o quest’altro il mio partito sbaglia e gli altri hanno ragione anche se è la mia convinzione.

Ma questo non fa per me, in nessun modo.

Così ho declinato l’invito e ho risentito - consolatorie - dentro di me le parole di Massimo Scaligero: 

“Non sono un politico, non sono mai stato un politico: per temperamento, per costituzione interiore, per vocazione, non potrei esserlo. Se dovessi definire me mediante un opposto, potrei dire che sono il contrario di quel che è un uomo politico”.

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Il palcoscenico

15 Ottobre 2017 Scritto da Piero Cammerinesi
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Mviolenza-Copia-744x445.jpgi giungono dinanzi all’anima - come onde furiose che si accaniscono contro la scogliera - notizie agghiaccianti di fatti di cronaca le cui tenebre sembra impossibile illuminare con la luce della ragione.
Neonati uccisi brutalmente, perversioni che si fa fatica persino ad immaginare, ché l’anima sembra volersi girare dall’altra parte.
Mi immedesimo con la vittima e sperimento tutto il suo dolore.
Qualcosa dentro di me urla e ringhia che vorrebbe vedere il carnefice appeso ad un lampione…domani, adesso.
No, ferma tutto.
So che tra vittima e carnefice esiste un patto prenatale e che senza questa conoscenza la vicenda è incompleta, incomprensibile.
E allora devo modificare la mia reazione, aggiungendo a quella per la vittima anche la compassione per il carnefice.

No, non ce la faccio, questa volta non ce la faccio.
Come posso compatire chi ha massacrato un bambino?

Ma dentro di me si apre uno scenario.
Vedo un palcoscenico in cui si svolge uno spettacolo.

Metà del palcoscenico è illuminato, l’altra metà è immersa in una tenebra impenetrabile.
Così vedo solo la metà di quanto accade e non ne comprendo il senso.
Vedo la metà che appartiene alla mia condizione di uomo incarnato ma mi sfugge tutta la parte che riguarda il mondo spirituale con le sue leggi ed i suoi eventi.

Vedo l’impermanente ma mi è preclusa la visione del permanente.

Non ho la minima idea di quanto poco la parte illuminata del palco possa spiegare l’intera vicenda.
Se solo un raggio di luce penetrasse nell’area buia…allora sì che sarebbe tutto più facile! Potrei serenamente mettere d'accordo le due anime che si agitano furiosamente in me.

Ma non mi è dato.

Comprendo che non è la via facile quella che ho scelto.
So però che i miei pensieri sono forze reali e con loro posso liberamente intervenire nel mondo.
Allora mi dico: pensa, pensa profondamente questi pensieri, serviranno a controbilanciare tutto l’odio che si scatena sulla terra in occasioni come questa.
Questo è quello che puoi fare e che ti compete. E non pensare che sia poco.

E, d'un tratto, l’altra metà del palcoscenico si illumina.

* * *

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Vangelo di Giovanni

Il palcoscenico - 5.0 out of 5 based on 3 votes

La gratitudine

04 Marzo 2017 Scritto da Piero Cammerinesi
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face in handsInnumerevoli sono le parole che abbiamo pronunciato o ascoltato nel corso della nostra vita. Ma quante hanno risuonato dentro di noi come rombo di tuono? Quante ci hanno arso intimamente come fiamma rovente? Certamente poche e non sempre piacevoli. Come quelle pronunciate qualche tempo fa da una cara amica, assai avanti con gli anni. Si rievocava insieme la nostra frequentazione di Massimo Scaligero, il perno intorno al quale hanno ruotato le esistenze di molti di noi. Ad un tratto la frase che ha rotto il silenzio: “oggi, dopo tanti anni, mentre si avvicina la conclusione della mia vita mi chiedo: ma io ho fatto tutto quel che avrei potuto per meritare la sua dedizione, la sua fiducia?” Una domanda semplice ma pesante come un maglio che si abbatte sull’ego, mandando in frantumi convinzioni, giustificazioni e autocompiacimenti.

Già, io ho fatto tutto quel che avrei potuto?

Sono settimane che la domanda si aggira nella mia mente e, a ritmi regolari, ritorna come fiume carsico alla superficie della mia coscienza. Ho fatto davvero tutto quel che avrei potuto?

Certo che no.

Quanti esseri umani ordinari potrebbero affermare di aver fatto quel che un uomo stra-ordinario ha indicato loro con la parola e l’esempio?

Pochi, se non nessuno.

Ripercorrendo il passato come in un film che gira al contrario scopro infinite occasioni in cui avrei potuto pensare, dire o fare qualcosa di ben diverso di quanto ho effettivamente pensato, detto o fatto.

Come fare allora?

Come posso trasformare il senso di inadeguatezza, di dolorosa impotenza nei confronti del passato in qualcosa di utile e non di distruttivo? Forse - oltre, naturalmente al rinnovato impegno - solo riattizzando costantemente dentro di me amore, gratitudine e fedeltà verso chi ha acceso la lanterna che ha guidato i miei passi in questo percorso terrestre.

* * *

Die Dankbarkeit muß wachsen mit dem Menschen.

Rudolf Steiner (GA306)

 * * *

La gratitudine deve crescere insieme all’uomo.

Rudolf Steiner (O.O.306)

La gratitudine - 4.6 out of 5 based on 12 votes

Il sentire

27 Maggio 2016 Scritto da Piero Cammerinesi
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1982126_788100874552513_434541134_n.jpgSe osservo il mondo intorno a me ricevo dai miei sensi delle percezioni che tramuto, grazie al pensiero, in conoscenza.
So - se i miei sensi sono sani - che questa conoscenza del mondo e di me stesso è attendibile.
In qualche modo so di procedere, grazie al mio pensare, su un terreno solido nella mia comprensione della vita.
Se invece osservo il mio sentire - sensazioni, impulsi e sentimenti - mi trovo davanti ad uno scenario completamente differente.
Se i miei pensieri basati sulle percezioni sono, infatti, ‘stabili’ (l’albero, anche in diverse ore del giorno e con diverse luci è sempre un albero) i miei sentimenti sono invece continuamente mutevoli.
La mia anima passa continuamente dal piacere al dispiacere, dalla gioia al dolore, dalla simpatia all’antipatia.
Se, attraverso i pensieri, mi faccio un’immagine attendibile del mondo, vorrei farmi un’immagine attendibile di me stesso attraverso i miei sentimenti.
Eppure di regola non utilizzo il sentire per la conoscenza di me stesso ma ne subisco solo gli effetti.
Sono ‘pieno’ di rabbia, ‘ebbro’ di gioia, ‘devastato’ dal dolore e così via.

Ma il sentire serve a questo?
O forse è anch’esso, come il pensiero, uno strumento di conoscenza del mondo?

Osservando il mio sentire non potrei forse ottenere una conoscenza di me stesso altrettanto attendibile di quella che ottengo grazie al pensare?
E ancora, il sentire non mi rivela qualcosa di me stesso e del mondo che il pensare non mi rivela?
Quando mi dico “quella persona dice cose giuste eppure…sento che c’è qualcosa che non va…” oppure “in questa notizia tutto sembra corretto eppure…sento che qualcosa stona”.
O anche “questo amico si comporta male con me eppure…sento che non vuole ferirmi ma è solo la sua natura a spingerlo”.
Ecco che il sentire allora mi fornisce delle indicazioni preziose di cui far tesoro.
Se riesco a ‘depurare’ il sentire di tutte le componenti egoiche, ebbene, scopro che grazie ad esso sono in grado di accogliere la verità dei fatti, di avvicinarmi all’essenza della vita.

Mi accorgo allora che nel sentire mi viene incontro l’anelito verso l’essenza delle cose ed al tempo stesso la capacità di riconoscere tale essenza.

* * *

Non v’è altro senso del sentire, se non sentire il Divino.

Massimo Scaligero (da Iside-Sophia, la Dea ignota)

Il sentire - 4.5 out of 5 based on 17 votes

Tolleranza

04 Aprile 2016 Scritto da Piero Cammerinesi
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maniPerché litighiamo, ci azzuffiamo, persino ci insultiamo, quando abbiamo diversità di opinioni?

Perché semplicemente non accettiamo che l’altro possa pensarla diversamente da noi?

Eppure non ci verrebbe mai in mente di prendercela con il nostro interlocutore se, di fronte ad un cielo azzurro, egli affermasse che la volta celeste è gialla.

Semplicemente ne dedurremmo che egli non è in grado di vedere i colori in modo regolare e non insisteremmo ulteriormente.

Quando noi siamo assolutamente certi della verità, non sentiamo la necessità di imporla all’altro.

Se le mie percezioni sono corrette e i miei sensi sani so di avere di fronte delle certezze su cui è superfluo insistere. Non sentiamo mai il bisogno di imporre la correttezza delle nostre percezioni del mondo fisico agli altri. Solo quando iniziano le interpretazioni della realtà allora le opinioni cominciano a far impallidire le certezze.

Allora sentiamo di voler aver ragione.

Quando non abbiamo una certezza assoluta, vogliamo aver ragione.

Chiamiamo Dio con nomi diversi e uccidiamo chi lo invoca con un altro nome.

Vogliamo giungere alle stesse mete e condanniamo senza appello chi percorre sentieri diversi per raggiungerle.

In realtà potremo evolvere pienamente come esseri umani solo se riusciremo a realizzare in noi un’assoluta tolleranza interiore per qualsiasi opinione, ben sapendo che ogni verità conseguita da ciascun essere umano rappresenta la misura del suo livello evolutivo.

* * *

Intorno ad ogni oggetto ci sono due ragionamenti contrapposti.

Protagora

Tolleranza - 4.2 out of 5 based on 10 votes

Della verità

23 Gennaio 2016 Scritto da Piero Cammerinesi
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Lestetica-la-filosofia-e-la-verita-dei-libri-2.jpg

Da migliaia di anni l’uomo cerca la Verità.
La cerca fuori di sé, nella tradizione, nei libri sacri, nella filosofia, nella scienza, nelle religioni, nella politica.
E quando la trova – o crede di averla trovata – pensa di possederla.

Come se si trattasse di una cosa.

Quanti disastri, quanto sangue, quanto dolore, quanti errori ha causato questo inganno.
Perché tra il credere di possedere la verità e il ritenere l’altro essere umano, l’altra nazione, l’altro partito fuori di essa, dunque nell’errore, il passo è brevissimo.

La verità come oggetto, la verità che esiste indipendentemente da noi è uno dei concetti più nefasti della storia umana.
La verità che, una volta conquistata, tengo ben stretta per usarla a mio vantaggio, contro l’altro.
Io ho la verità, tu no.
Io so come stanno realmente le cose, tu no.

Ma, per me, in realtà cos’è la verità?
Una cosa, un oggetto, una realtà materiale, tangibile, percepibile ai sensi?
La tocco, la vedo, la odo, la verità?
No, nulla di tutto questo.

Per me la verità è solo un pensiero, allo stesso modo in cui, in fondo, ogni conoscenza del mondo diviene tale solo grazie al pensiero e nel pensiero.
I miei sensi percepiscono il mare, lo vedono, ne sentono il suono, ne percepiscono il profumo, ma poi cos’è che realmente conosco? Queste percezioni risalgono i miei nervi, si trasformano in impulsi sensori e, nel profondo di me, si incontrano con un concetto e, solo allora, in me sorge l’esperienza del mare.
Non conosco il mare, ma solo la mia rappresentazione di mare, il mio pensiero del mare.

Allo stesso modo io invero la verità, grazie ad un atto interiore.
Diviene verità esclusivamente grazie ad un processo interiore.
Non v’è nulla di esteriore in essa.
Se il mio Dio è quello vero, se il mio partito è quello giusto, se la mia interpretazione del mondo è quella corretta, tutto ciò è esclusivamente un mio processo interiore.

È l’atto creatore del mio pensiero che mette in relazione me con ciò che è fuori di me.
Non esiste una verità se non nel mio pensiero ma, al tempo stesso, la Verità – quella con la V maiuscola - è della stessa natura del pensiero.

* * *

Il male è la verità veduta fuori dal pensiero, da raggiungere oltre se stessi, da conseguire come oggetto, senza mai in realtà conseguirla (…) mentre v’è un solo vero nell’uomo (…) ed è il momento trascendente in cui l’uomo crea mediante il conoscere.

Massimo Scaligero (Iside-Sophia, la dea ignota)

Della verità - 5.0 out of 5 based on 6 votes

Il soggetto

22 Settembre 2015 Scritto da Piero Cammerinesi
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1196 itIl soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo.
Ove, nel mondo, vedere un soggetto metafìsico?
Tu dici che qui è proprio così come con occhio e campo visivo.
Ma l'occhio in realtà non lo vedi.
E nulla nel campo visivo fa concludere che esso sia visto da un occhio.
Il campo visivo non ha infatti una forma cosi:

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Così argomenta Ludwig Wittgenstein nel suo Logisch-Philosophische Abhandlung.

Vero, nel guardare il mondo l’occhio non vede se stesso.
Vede gli alberi, i monti, le persone, il cielo, ma non ciò con cui sta guardando.
È il campo visivo quello che ha dinanzi - e il campo visivo non comprende l’occhio.
Il vedere non può vedere se stesso.

Allo stesso modo il soggetto non percepisce di regola se stesso nello sperimentare il mondo.
Wittgenstein dice giustamente che nella percezione ordinaria che abbiamo della realtà, noi siamo il limite, il confine inosservato del mondo.
Da tale confine si muove la nostra percezione delle cose.
La stanza inizia dalle pareti, ma noi non contiamo le pareti nel misurare la stanza, anche se - senza pareti - essa non sarebbe una stanza.
Io guardo la natura intorno a me, gioisco degli affetti, cerco di capire il senso della mia vita - ma i miei pensieri e i miei sentimenti si rivolgono al mondo esteriore o interiore senza sperimentare se stessi.
Allo stesso modo dell’occhio che, nel campo visivo, non contempla se medesimo.

Ma una attività che possa sperimentare se stessa esiste.
È il pensare.
Solo il pensare può abbracciare se stesso nella sua osservazione del mondo.
Pensare è l’unica attività che può comprendere - nel senso di accogliere, abbracciare - se stessa.
Se il pensare comprende, abbraccia se stesso nella sua osservazione del mondo allora il soggetto metafisico che il grande filosofo austriaco cerca, lo incontra all’interno dei limiti del suo mondo.

È, allora, come se il campo visivo comprendesse, nella sua percezione del mondo, anche l’occhio che guarda.

* * * 

Das Subjekt gehört nicht zur Welt, sondern es ist eine Grenze der Welt.
Wo in der Welt ist ein metaphysisches Subjekt zu merken?
Du sagst, es verhält sich hier ganz, wie mit Auge und Gesichtsfeld.
Aber das Auge siehst du wirklich n i c h t.
Und nichts a m G e s i c h t s f e l d lässt darauf schliessen, dass es von einem Auge gesehen wird.

Ludwig Wittgenstein

* * *

Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo.
Ove, nel mondo, vedere un soggetto metafìsico?
Tu dici che qui è proprio così come con occhio e campo visivo.
Ma l'occhio in realtà non lo vedi.
E nulla nelcampo visivo fa concludere che esso sia visto da un occhio.

Ludwig Wittgenstein

Il soggetto - 4.5 out of 5 based on 6 votes
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