Il palcoscenico

15 Ottobre 2017 Scritto da Piero Cammerinesi
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Mviolenza-Copia-744x445.jpgi giungono dinanzi all’anima - come onde furiose che si accaniscono contro la scogliera - notizie agghiaccianti di fatti di cronaca le cui tenebre sembra impossibile illuminare con la luce della ragione.
Neonati uccisi brutalmente, perversioni che si fa fatica persino ad immaginare, ché l’anima sembra volersi girare dall’altra parte.
Mi immedesimo con la vittima e sperimento tutto il suo dolore.
Qualcosa dentro di me urla e ringhia che vorrebbe vedere il carnefice appeso ad un lampione…domani, adesso.
No, ferma tutto.
So che tra vittima e carnefice esiste un patto prenatale e che senza questa conoscenza la vicenda è incompleta, incomprensibile.
E allora devo modificare la mia reazione, aggiungendo a quella per la vittima anche la compassione per il carnefice.

No, non ce la faccio, questa volta non ce la faccio.
Come posso compatire chi ha massacrato un bambino?

Ma dentro di me si apre uno scenario.
Vedo un palcoscenico in cui si svolge uno spettacolo.

Metà del palcoscenico è illuminato, l’altra metà è immersa in una tenebra impenetrabile.
Così vedo solo la metà di quanto accade e non ne comprendo il senso.
Vedo la metà che appartiene alla mia condizione di uomo incarnato ma mi sfugge tutta la parte che riguarda il mondo spirituale con le sue leggi ed i suoi eventi.

Vedo l’impermanente ma mi è preclusa la visione del permanente.

Non ho la minima idea di quanto poco la parte illuminata del palco possa spiegare l’intera vicenda.
Se solo un raggio di luce penetrasse nell’area buia…allora sì che sarebbe tutto più facile! Potrei serenamente mettere d'accordo le due anime che si agitano furiosamente in me.

Ma non mi è dato.

Comprendo che non è la via facile quella che ho scelto.
So però che i miei pensieri sono forze reali e con loro posso liberamente intervenire nel mondo.
Allora mi dico: pensa, pensa profondamente questi pensieri, serviranno a controbilanciare tutto l’odio che si scatena sulla terra in occasioni come questa.
Questo è quello che puoi fare e che ti compete. E non pensare che sia poco.

E, d'un tratto, l’altra metà del palcoscenico si illumina.

* * *

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Vangelo di Giovanni

La gratitudine

04 Marzo 2017 Scritto da Piero Cammerinesi
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face in handsInnumerevoli sono le parole che abbiamo pronunciato o ascoltato nel corso della nostra vita. Ma quante hanno risuonato dentro di noi come rombo di tuono? Quante ci hanno arso intimamente come fiamma rovente? Certamente poche e non sempre piacevoli. Come quelle pronunciate qualche tempo fa da una cara amica, assai avanti con gli anni. Si rievocava insieme la nostra frequentazione di Massimo Scaligero, il perno intorno al quale hanno ruotato le esistenze di molti di noi. Ad un tratto la frase che ha rotto il silenzio: “oggi, dopo tanti anni, mentre si avvicina la conclusione della mia vita mi chiedo: ma io ho fatto tutto quel che avrei potuto per meritare la sua dedizione, la sua fiducia?” Una domanda semplice ma pesante come un maglio che si abbatte sull’ego, mandando in frantumi convinzioni, giustificazioni e autocompiacimenti.

Già, io ho fatto tutto quel che avrei potuto?

Sono settimane che la domanda si aggira nella mia mente e, a ritmi regolari, ritorna come fiume carsico alla superficie della mia coscienza. Ho fatto davvero tutto quel che avrei potuto?

Certo che no.

Quanti esseri umani ordinari potrebbero affermare di aver fatto quel che un uomo stra-ordinario ha indicato loro con la parola e l’esempio?

Pochi, se non nessuno.

Ripercorrendo il passato come in un film che gira al contrario scopro infinite occasioni in cui avrei potuto pensare, dire o fare qualcosa di ben diverso di quanto ho effettivamente pensato, detto o fatto.

Come fare allora?

Come posso trasformare il senso di inadeguatezza, di dolorosa impotenza nei confronti del passato in qualcosa di utile e non di distruttivo? Forse - oltre, naturalmente al rinnovato impegno - solo riattizzando costantemente dentro di me amore, gratitudine e fedeltà verso chi ha acceso la lanterna che ha guidato i miei passi in questo percorso terrestre.

* * *

Die Dankbarkeit muß wachsen mit dem Menschen.

Rudolf Steiner (GA306)

 * * *

La gratitudine deve crescere insieme all’uomo.

Rudolf Steiner (O.O.306)

La gratitudine - 4.8 out of 5 based on 6 votes

Il sentire

27 Maggio 2016 Scritto da Piero Cammerinesi
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1982126_788100874552513_434541134_n.jpgSe osservo il mondo intorno a me ricevo dai miei sensi delle percezioni che tramuto, grazie al pensiero, in conoscenza.
So - se i miei sensi sono sani - che questa conoscenza del mondo e di me stesso è attendibile.
In qualche modo so di procedere, grazie al mio pensare, su un terreno solido nella mia comprensione della vita.
Se invece osservo il mio sentire - sensazioni, impulsi e sentimenti - mi trovo davanti ad uno scenario completamente differente.
Se i miei pensieri basati sulle percezioni sono, infatti, ‘stabili’ (l’albero, anche in diverse ore del giorno e con diverse luci è sempre un albero) i miei sentimenti sono invece continuamente mutevoli.
La mia anima passa continuamente dal piacere al dispiacere, dalla gioia al dolore, dalla simpatia all’antipatia.
Se, attraverso i pensieri, mi faccio un’immagine attendibile del mondo, vorrei farmi un’immagine attendibile di me stesso attraverso i miei sentimenti.
Eppure di regola non utilizzo il sentire per la conoscenza di me stesso ma ne subisco solo gli effetti.
Sono ‘pieno’ di rabbia, ‘ebbro’ di gioia, ‘devastato’ dal dolore e così via.

Ma il sentire serve a questo?
O forse è anch’esso, come il pensiero, uno strumento di conoscenza del mondo?

Osservando il mio sentire non potrei forse ottenere una conoscenza di me stesso altrettanto attendibile di quella che ottengo grazie al pensare?
E ancora, il sentire non mi rivela qualcosa di me stesso e del mondo che il pensare non mi rivela?
Quando mi dico “quella persona dice cose giuste eppure…sento che c’è qualcosa che non va…” oppure “in questa notizia tutto sembra corretto eppure…sento che qualcosa stona”.
O anche “questo amico si comporta male con me eppure…sento che non vuole ferirmi ma è solo la sua natura a spingerlo”.
Ecco che il sentire allora mi fornisce delle indicazioni preziose di cui far tesoro.
Se riesco a ‘depurare’ il sentire di tutte le componenti egoiche, ebbene, scopro che grazie ad esso sono in grado di accogliere la verità dei fatti, di avvicinarmi all’essenza della vita.

Mi accorgo allora che nel sentire mi viene incontro l’anelito verso l’essenza delle cose ed al tempo stesso la capacità di riconoscere tale essenza.

* * *

Non v’è altro senso del sentire, se non sentire il Divino.

Massimo Scaligero (da Iside-Sophia, la Dea ignota)

Il sentire - 4.7 out of 5 based on 15 votes

Tolleranza

04 Aprile 2016 Scritto da Piero Cammerinesi
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maniPerché litighiamo, ci azzuffiamo, persino ci insultiamo, quando abbiamo diversità di opinioni?

Perché semplicemente non accettiamo che l’altro possa pensarla diversamente da noi?

Eppure non ci verrebbe mai in mente di prendercela con il nostro interlocutore se, di fronte ad un cielo azzurro, egli affermasse che la volta celeste è gialla.

Semplicemente ne dedurremmo che egli non è in grado di vedere i colori in modo regolare e non insisteremmo ulteriormente.

Quando noi siamo assolutamente certi della verità, non sentiamo la necessità di imporla all’altro.

Se le mie percezioni sono corrette e i miei sensi sani so di avere di fronte delle certezze su cui è superfluo insistere. Non sentiamo mai il bisogno di imporre la correttezza delle nostre percezioni del mondo fisico agli altri. Solo quando iniziano le interpretazioni della realtà allora le opinioni cominciano a far impallidire le certezze.

Allora sentiamo di voler aver ragione.

Quando non abbiamo una certezza assoluta, vogliamo aver ragione.

Chiamiamo Dio con nomi diversi e uccidiamo chi lo invoca con un altro nome.

Vogliamo giungere alle stesse mete e condanniamo senza appello chi percorre sentieri diversi per raggiungerle.

In realtà potremo evolvere pienamente come esseri umani solo se riusciremo a realizzare in noi un’assoluta tolleranza interiore per qualsiasi opinione, ben sapendo che ogni verità conseguita da ciascun essere umano rappresenta la misura del suo livello evolutivo.

* * *

Intorno ad ogni oggetto ci sono due ragionamenti contrapposti.

Protagora

Tolleranza - 4.2 out of 5 based on 10 votes

Della verità

23 Gennaio 2016 Scritto da Piero Cammerinesi
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Lestetica-la-filosofia-e-la-verita-dei-libri-2.jpg

Da migliaia di anni l’uomo cerca la Verità.
La cerca fuori di sé, nella tradizione, nei libri sacri, nella filosofia, nella scienza, nelle religioni, nella politica.
E quando la trova – o crede di averla trovata – pensa di possederla.

Come se si trattasse di una cosa.

Quanti disastri, quanto sangue, quanto dolore, quanti errori ha causato questo inganno.
Perché tra il credere di possedere la verità e il ritenere l’altro essere umano, l’altra nazione, l’altro partito fuori di essa, dunque nell’errore, il passo è brevissimo.

La verità come oggetto, la verità che esiste indipendentemente da noi è uno dei concetti più nefasti della storia umana.
La verità che, una volta conquistata, tengo ben stretta per usarla a mio vantaggio, contro l’altro.
Io ho la verità, tu no.
Io so come stanno realmente le cose, tu no.

Ma, per me, in realtà cos’è la verità?
Una cosa, un oggetto, una realtà materiale, tangibile, percepibile ai sensi?
La tocco, la vedo, la odo, la verità?
No, nulla di tutto questo.

Per me la verità è solo un pensiero, allo stesso modo in cui, in fondo, ogni conoscenza del mondo diviene tale solo grazie al pensiero e nel pensiero.
I miei sensi percepiscono il mare, lo vedono, ne sentono il suono, ne percepiscono il profumo, ma poi cos’è che realmente conosco? Queste percezioni risalgono i miei nervi, si trasformano in impulsi sensori e, nel profondo di me, si incontrano con un concetto e, solo allora, in me sorge l’esperienza del mare.
Non conosco il mare, ma solo la mia rappresentazione di mare, il mio pensiero del mare.

Allo stesso modo io invero la verità, grazie ad un atto interiore.
Diviene verità esclusivamente grazie ad un processo interiore.
Non v’è nulla di esteriore in essa.
Se il mio Dio è quello vero, se il mio partito è quello giusto, se la mia interpretazione del mondo è quella corretta, tutto ciò è esclusivamente un mio processo interiore.

È l’atto creatore del mio pensiero che mette in relazione me con ciò che è fuori di me.
Non esiste una verità se non nel mio pensiero ma, al tempo stesso, la Verità – quella con la V maiuscola - è della stessa natura del pensiero.

* * *

Il male è la verità veduta fuori dal pensiero, da raggiungere oltre se stessi, da conseguire come oggetto, senza mai in realtà conseguirla (…) mentre v’è un solo vero nell’uomo (…) ed è il momento trascendente in cui l’uomo crea mediante il conoscere.

Massimo Scaligero (Iside-Sophia, la dea ignota)

Della verità - 5.0 out of 5 based on 6 votes

Il soggetto

22 Settembre 2015 Scritto da Piero Cammerinesi
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1196 itIl soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo.
Ove, nel mondo, vedere un soggetto metafìsico?
Tu dici che qui è proprio così come con occhio e campo visivo.
Ma l'occhio in realtà non lo vedi.
E nulla nel campo visivo fa concludere che esso sia visto da un occhio.
Il campo visivo non ha infatti una forma cosi:

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Così argomenta Ludwig Wittgenstein nel suo Logisch-Philosophische Abhandlung.

Vero, nel guardare il mondo l’occhio non vede se stesso.
Vede gli alberi, i monti, le persone, il cielo, ma non ciò con cui sta guardando.
È il campo visivo quello che ha dinanzi - e il campo visivo non comprende l’occhio.
Il vedere non può vedere se stesso.

Allo stesso modo il soggetto non percepisce di regola se stesso nello sperimentare il mondo.
Wittgenstein dice giustamente che nella percezione ordinaria che abbiamo della realtà, noi siamo il limite, il confine inosservato del mondo.
Da tale confine si muove la nostra percezione delle cose.
La stanza inizia dalle pareti, ma noi non contiamo le pareti nel misurare la stanza, anche se - senza pareti - essa non sarebbe una stanza.
Io guardo la natura intorno a me, gioisco degli affetti, cerco di capire il senso della mia vita - ma i miei pensieri e i miei sentimenti si rivolgono al mondo esteriore o interiore senza sperimentare se stessi.
Allo stesso modo dell’occhio che, nel campo visivo, non contempla se medesimo.

Ma una attività che possa sperimentare se stessa esiste.
È il pensare.
Solo il pensare può abbracciare se stesso nella sua osservazione del mondo.
Pensare è l’unica attività che può comprendere - nel senso di accogliere, abbracciare - se stessa.
Se il pensare comprende, abbraccia se stesso nella sua osservazione del mondo allora il soggetto metafisico che il grande filosofo austriaco cerca, lo incontra all’interno dei limiti del suo mondo.

È, allora, come se il campo visivo comprendesse, nella sua percezione del mondo, anche l’occhio che guarda.

* * * 

Das Subjekt gehört nicht zur Welt, sondern es ist eine Grenze der Welt.
Wo in der Welt ist ein metaphysisches Subjekt zu merken?
Du sagst, es verhält sich hier ganz, wie mit Auge und Gesichtsfeld.
Aber das Auge siehst du wirklich n i c h t.
Und nichts a m G e s i c h t s f e l d lässt darauf schliessen, dass es von einem Auge gesehen wird.

Ludwig Wittgenstein

* * *

Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo.
Ove, nel mondo, vedere un soggetto metafìsico?
Tu dici che qui è proprio così come con occhio e campo visivo.
Ma l'occhio in realtà non lo vedi.
E nulla nelcampo visivo fa concludere che esso sia visto da un occhio.

Ludwig Wittgenstein

Il soggetto - 4.5 out of 5 based on 6 votes

L'Incontro

17 Settembre 2015 Scritto da Piero Cammerinesi
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aaa Massimo Scaligero 1Molti sono gli appuntamenti di destino e gli incontri che ci programmiamo nel corso della nostra avventura terrestre. Ma ci sono incontri e Incontri, quelli con la I maiuscola.

Di tutti, quello con il Maestro – o con la Via - è il più importante. Rappresenta l’Incontro con la parte immortale di ciascuno di noi, con la vera essenza del nostro essere.

Per questo rimane scolpito nella memoria come nient’altro nella vita.

Avevo saputo della Sua esistenza da due amici che, cercando a Monteverde una mansarda da affittare, si erano imbattuti in un ‘bizzarro personaggio’ che parlava di cose strane e che aveva messo loro in mano dei libri, a loro dire, incomprensibili.

Uno di loro aveva provato addirittura una sensazione di timore nei Suoi confronti.

Me ne parlarono perché sapevano che, nonostante i miei 17 anni, ero incalzato da una sete insaziabile di conoscenza e di mistero.

Così Gli telefonai e mi diede un appuntamento.

Mi è più volte accaduto – nei momenti più importanti della mia vita - di avere delle ‘immaginazioni’ che mi anticipassero degli avvenimenti imminenti.

Così quel giorno di aprile del 1971 mi trovai a salire quelle scale con la precisa sensazione che, alla fine della salita, la mia vita sarebbe cambiata per sempre.

Le scale erano lunghe, umide, fredde.

C’era un vago olezzo di pipì di gatto, coperto dall’acre odore della creolina. Scalino dopo scalino sentivo che si avvicinava un momento decisivo, non sapevo bene perché, ma ne ero certo. Sulla porta mi fermai un attimo per cercare di cogliere il messaggio che urgeva dentro, ma invano.

La soglia, verniciata di verde, riportava una scritta con vernice bianca:

PAX ET BONUM

SILENTIUM!

Suonai il campanello e Massimo venne ad aprire. La sensazione di averlo già visto da qualche parte fu immediata.

Accomodati – e mi fece entrare.

La mansarda era minuscola, uno stretto corridoio portava allo studio, sulla sinistra, mentre proseguendo c’era un cucinino, un bagnetto e poi il terrazzo che guardava su Villa Pamphili. Due poltrone, una marrone e una verde, una stufa a cherosene e la scrivania coperta fino all’inverosimile di carte, libri, alcuni minerali, una lampada e molti quadri alle pareti.

Ti aspettavo… – esordisce.

Lo credo – penso dentro di me – mi ha dato appuntamento oggi a quest’ora…

Ce ne hai messo del tempo per arrivare… - continua.

Ma che vuol dire? Scendere le scale di casa, prendere la moto e arrivare qui, tempo un quarto d’ora…come sa quanto tempo…

D’un tratto capisco.

A ben altro tempo si riferiva, non certo a quello per arrivare allo studio.

– sento dentro di me - molto tempo, un tempo spaventosamente lungo prima di ritrovarTi ancora una volta.

Da allora – per nove anni - quell’appuntamento del primo pomeriggio del giovedì fu il perno intorno a cui ruotava la mia settimana.

A oltre quarant’anni di distanza quel momento è scolpito nella mia anima in modo indelebile. Posso ricordarne i colori, gli odori, i pensieri, le emozioni.

Di Lui ricordo la saggezza, l’umorismo, la profondità ma – se proprio dovessi sintetizzare tutto in una parola – l’Amore.

L’Amore, quello con la A maiuscola, quello vero, incondizionato, che cambia la vita.

 

* * *

L'amor che move il sole e l'altre stelle.

Dante Alighieri

L'Incontro - 4.6 out of 5 based on 18 votes

Sintesi

26 Maggio 2015 Scritto da Piero Cammerinesi
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empathy.jpgNei rapporti tra noi e gli altri si possono - in estrema sintesi - dare tre modalità.

Tali modalità possono essere fisse - se ne ha una che rimane inalterata per tutta la vita - o possono rappresentare una successione di stadi del nostro sviluppo.

La prima è quella della dipendenza dagli altri, propria di chi ha una visione sfocata del proprio sé e del mondo ed ha bisogno delle opinioni, dei pareri e dei pensieri degli altri per farsi una propria visione delle cose (tesi). 

L’elemento positivo è l’ascolto, quello negativo l’insicurezza.

La seconda è di chi possiede una visone nitida di sé e del mondo e non si cura dei pensieri e delle opinioni altrui (antitesi). 

L’elemento positivo è la sicurezza, quello negativo l’incapacità di ascoltare.

La terza appartiene a colui che pur possedendo - o avendo raggiunto - una visione nitida delle cose sente che le opinioni e i pensieri degli altri aggiungono ai suoi qualcosa che a lui manca (sintesi).

La visione nitida del mondo che si fonde con l’empatia, è la sintesi del saggio.

* * * 

It is easy in the world to live after the world's opinion; it is easy in solitude after our own; but the great man is he who in the midst of the crowd keeps with perfect sweetness the independence of solitude.

Ralph Waldo Emerson

 

È facile vivere nel mondo secondo l’opinione del mondo; è facile vivere in solitudine secondo noi stessi; ma il grande uomo è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine.

Ralph Waldo Emerson

Sintesi - 4.1 out of 5 based on 8 votes

Amore e Saggezza

17 Maggio 2015 Scritto da Piero Cammerinesi
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io chi sonoLa Scienza Occulta di Rudolf Steiner è un libro che nasconde molti segreti spirituali.

Singolare coincidenza: la lettura di questo testo ha fatto sì che due personalità importanti - alla ricerca dello spirito - vi ritrovassero fedeli descrizioni delle loro esperienze interiori. In tal modo poterono individuare in Steiner il Maestro che cercavano. Entrambi grazie all’incontro con questo libro, anche se a distanza di parecchi decenni, Massimo Scaligero e Judith von Halle furono in grado di ritrovare, anche esteriormente, la propria corrente spirituale.

Tra le tante perle di quest’opera, una poderosa immagine del futuro che si trova verso la fine del libro:

“Come la saggezza maturatasi nel passato si manifesta nelle forze del mondo fisico esteriore, nelle attuali ‘forze della natura’, così in avvenire l’amore stesso si manifesterà in tutti i fenomeni, come nuova forza della natura”.

Cosa significano queste parole?

Significa che quello che oggi ci sorprende nella perfezione della natura, nella funzionalità perfetta del nostro corpo, e che attribuiamo - se siamo religiosi - alla saggezza divina o, se siamo non credenti, alla saggezza dell’evoluzione, in un lontano futuro lo sentiremo come una manifestazione d’amore.

Se guarderemo - l’esempio non è calzante, in quanto il mondo fisico sarà allora molto diverso da quello di oggi ma è per semplicità - alla complessità di un organismo vivente, o alla funzione clorofilliana della pianta, o all’equilibrio gravitazionale dei diversi corpi celesti, vedremo tutto questo come effetto dell’amore.

Non diremo, insomma, “guarda che saggezza c’è in questa foglia” ma “guarda quanto amore si esprime in questa foglia”.

 

* * * 

 

Wie sich die vorher gebildete Weisheit in den Kräften der sinnlichen Außenwelt der Erde, in den gegenwärtigen "Naturkräften" offenbart, so wird sich in Zukunft die Liebe selbst in allen Erscheinungen als neue Naturkraft offenbaren. 

Rudolf Steiner

Come la saggezza maturatasi nel passato si manifesta nelle forze del mondo fisico esteriore, nelle attuali “forze della natura”, così in avvenire l’amore stesso si manifesterà in tutti i fenomeni, come nuova forza della natura.

Rudolf Steiner

Amore e Saggezza - 3.4 out of 5 based on 8 votes
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