FORTUNATO PAVISI

Fortunato Pavisi (Gorizia 1° marzo 1911, Trieste 31 luglio 1948).

fortunato pavisiMorte di un poeta

La giovane moglie narrava: “Per due volte egli disse: “Cristo è risorto ed io mi accorsi bene che vedeva qualche cosa. Furono le ultime sue parole.”
Eravamo sole nella stanza piccoletta, dove per ben otto mesi avevamo abitato insieme: da quando lui, prossimo alla morte, l’aveva sposata in extremis. Avevano portato fuori uno dei due letti ed al suo posto, su un sostegno basso, stava la bara, aperta. Sotto un leggero velo traspariva il bel volto di lui, simile ad un fanciullo addormentato; sul petto spiccava una grossa croce d’oro.
Lei disse: “Vorrei conoscere le parole adatte, per accompagnarlo ora e sempre”. Le avevo scritte ed insieme le leggemmo; un palpito aleggiò intorno al velo.
Noi sapevamo: egli ci ascolta – eravamo in tre nella stanzetta.
Dissi ancora: “Marcella, da 20 anni lo conoscevo sempre fedele a sé stesso nella ineguagliabile dignità, con lo sguardo luminoso sotto la fronte nobile. Era allora un giovanetto, aveva diciassette anni. L’antroposofia l’aveva afferrato tutto e noi non parlavamo mai d’altro. Quasi nulla so della sua vita privata. Mi dice Lei qualche cosa ora, se vuole”.
Rispose: “Quando Fortunato nacque, suo padre era già morto. La madre sola, visse in quell’epoca una tragedia terribile. Dopo pochi mesi dovette affidare il bambino alle sorelle e partì per sempre per necessità di vita. Si stabilì in Egitto dove adesso ha famiglia. Fortunato le ha voluto un gran bene. Egli rimase con gli zii ma era un bimbo tanto vivace che non sapevano come tenerlo. Durante la guerra lo zio andò in Italia profugo e lui venne messo in un collegio e questa fu la sua sventura. Aveva 5 o 6 anni e la zia preoccupata di non averne notizie, andò a trovarlo. Orrore! Le suore a cui era affidato lo avevano trascurato a tal punto che egli stava morendo di fame. Si era cibato per un pezzo dei frutti marci del giardino, non camminava, non parlava più ed i suoi capelli erano tutti bianchi; per un anno intero rimase all’ospedale, nutrito di latte che gli porgevano con la bottiglietta come ai neonati: non aveva la forza di mangiare.
Si salvò ma non ebbe mai la pienezza della salute”.
Ascoltavo, col cuore stretto e pensavo: povero bambino, povero Fortunato! Marcella continuò: “Era ragioniere, ma volle dedicarsi all’insegnamento; di nascosto dalla famiglia, sostenne l’esame di maestro, e vinse un concorso; si stabilì a Fiume”. Sapevo tutto questo poiché era avvenuto dopo la sua assunzione nella Società Antroposofica.
Prima di andare a Fiume era stato in Egitto per curarsi della malattia polmonare che doveva ucciderlo. Era stato a Firenze per imparare meglio la nostra lingua.
Poeta nato, di grande versatilità conosceva varie lingue, ma anche in questo era orfano, poiché nessuna poteva dirsi la sua madrelingua, né si arrendeva all’ispirazione. Conscio di tale difficoltà e chissà con quanto dolore studiò e si dedicò alle scienze.
Dopo la liberazione venne a Trieste, malatissimo. Fiume non riceveva rifornimenti ed era impossibile procurarsi dei viveri. Giunse estenuato e subito ritornò al lavoro antroposofico, tenendo quasi ogni settimana delle conferenze, bellissime: parlò della bomba atomica, della penicillina, di varie correnti storiche del passato e del presente, dell’antica Atlantide, dei concetti di spazio, tempo e luce, in rapporto al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo … e di tanto altro ancora.
Completava inoltre una vasta opera drammatica e poetica, in silenzio e quasi di nascosto. I suoi drammi: Ardjuna, La lampada che si spegne, Mariella, Una stirpe che si estingue, Il tesoro nascosto, Giuliano l’Apostata, La sorte di Capaneo, Contro il destino, Redenzione, e le sue poesie dimostrano un progresso di stile ed una ricchezza di contenuto straordinari.

Egli aveva in sé gli elementi di un grande, grandissimo Poeta.
Al funerale lo seguimmo tutti: la sposa ed i familiari non portavano il lutto, secondo il desiderio di lui. Marcella ci ricevette in abitino di nozze; il sacerdote che li aveva uniti officiò la messa cantata, nella chiesetta piena di sole.
Seguimmo il feretro all’ultima dimora, lo vedemmo inabissarsi tutto coperto di fiori; non una lagrima. La luminosità che eravamo abituati a vedere nello sguardo di lui, risplendeva oggi dal viso bianco della sposa. Illusione o realtà? Per tutto quel giorno un possente suono di campane sembrava risuonare dal cosmo. Una festività serena era nell’aria.
Ricordai l’esperienza mistica, grandiosa, che Fortunato aveva avuto otto mesi prima. Sicuro di morire secondo il parere del medico e da come egli stesso si sentiva, chiese al sacerdote di unirlo in matrimonio con la dolce creatura che da dodici anni gli era promessa. Dopo la cerimonia, serenamente attese, le forze lo abbandonavano, egli non opponeva nessuna resistenza, quando un turbine di vento lo sollevò. Egli sapeva di essere nel mondo spirituale, assieme a lui il suo Maestro, il nostro Maestro, Rudolph Steiner. Le parole della fondazione della Società Antroposofica riempivano il cielo dei loro suoni, quali tuono, musica e poesia; egli ne comprese il valore per tutto l’avvenire ed anche il mistero del suo proprio karma. Fortunato disse ancora molte altre cose, impossibili a ripetersi. Certo ebbe un’esperienza iniziatica di grande valore; i medici lo videro riprendere coscienza con stupefazione. Visse ancora otto mesi.
Sempre a letto scrisse e disse delle cose bellissime; diede raro esempio di serenità e di sopportazione. Tutti gli amici lo andavano a trovare ma era una pena vederlo soffrire e deperire sempre di più. Con una stretta al cuore si scendeva per la viuzza del giardino, dopo aver passato con lui i brevi istanti di una visita, sempre piena di significato.

Fortunato, caro amico nostro, perdonaci!
Noi Ti compiangevamo tutti e dicevamo: “Che peccato perdere a soli 37 anni un poeta pieno di promesse, un discepolo dell’antroposofia, di così grande valore!”, e ci sembrava ingiusta l’opera del destino ed incompleta la Tua vita.
Non così oggi! Quale maggior compenso Ti poteva offrire la vita che non quella morte sacra, nella visione del Risorto? La Tua vita spirituale è giunta alla meta. Le campane del cosmo risuonano, mentre ti accolgono pieni di grazia gli Angeli, gli Arcangeli, gli Archai. Fortunato, ben Ti chiamò così, la mamma Tua, nell’ora del dolore, perché oggi Tu sei FORTUNATO.


Maria Cassini  

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